Il Pd ha impiegato un anno per scegliere il nuovo segretario

Il Partito Democratico ha impiegato un anno esatto per decidere il suo nuovo segretario. In questi dodici mesi la faziosità ha prevalso sull'unità. Nicola Zingaretti dovrà agire in modo discontinuo e il partito dovrà fare delle scelte di campo decise. Le elezioni europee sono l'ultima chiamata per la rinascita.

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Esattamente un anno fa, il 4 marzo 2018,

si tennero le elezioni legislative che risultarono la più grave sconfitta elettorale del centro-sinistra italiano della storia repubblicana. Una sconfitta di proporzioni inedite, storica, una vera e propria Caporetto innanzitutto per il Partito Democratico, che nel giro di quattro anni più che dimezzo i consensi ottenuti alle elezioni europee del maggio 2014.

Un anno dopo quel 4 marzo che verrà ricordato a lungo, l’Italia è governata da un inedito esecutivo di coalizione tra Movimento 5 Stelle e Lega, capeggiato da uno sconosciuto professore e da due vicepresidenti del Consiglio, veri capi politici di questo governo.

Le primarie di ieri hanno consacrato Nicola Zingaretti, già presidente della Regione Lazio, come nuovo segretario del partito. L’affluenza ai gazebo del Pd è andata al di là delle aspettative degli organizzatori, che puntavano a raggiungere il milione di votanti. Alla fine sono stati circa 1 milione 800 mila gli italiani che si sono recati a votare per scegliere il nuovo segretario del partito. Un dato simile a quello delle primarie del 30 aprile 2017, che confermarono Matteo Renzi nel ruolo di segretario.

L’elettorato di centro-sinistra ha risposto alla chiamata

e ha manifestato la sua speranza di veder rinascere il partito. Gli elettori chiedono che il partito ritrovi se stesso e che si faccia portatore di istanze alternative a quelle della maggioranza gialloverde, soprattutto in vista delle elezioni europee. Mentre il governo ha scatenato una crisi diplomatica inedita con la Francia, l’elettorato europeista italiano è rimasto finora orfano di un partito intenzionato a sostenere con convinzione il rilancio del sogno europeo, per far uscire l’Unione da questa crisi che la sta condannando all’immobilismo. In quest’ottica, le elezioni europee del prossimo 26 maggio sono un’occasione da non perdere per il Pd, che facendo leva su un forte messaggio europeista potrebbe aumentare i propri consensi e riacquistare autorevolezza e credibilità.

Ma per fare ciò il Pd deve prima di tutto definire la sua identità, una volta per tutte. Deve decidere da che parte stare. L’elettorato, che ha risposto positivamente alla chiamata delle primarie, esige chiarezza e prese di posizione decise. Non solo mera critica dei provvedimenti della maggioranza, ma anche e soprattutto proposte alternative. In altre parole, il Pd deve decidere se i suoi avversari politici sono al suo interno oppure se si trovano nell’arena del Parlamento.

L’elettorato di centro-sinistra ha risposto.

Ora spetta al partito fare la sua parteSe il partito si comporterà come ha fatto negli ultimi dodici mesi c’è ben poco da sperare.

La data delle primarie è impregnata di un significato simbolico allarmante. Il 3 marzo 2019 è praticamente a un anno esatto dal 4 marzo 2018, giorno della Caporetto del Pd e del centro-sinistra. Il partito ci ha messo un anno esatto solo per decidere il nuovo segretario. Evidentemente, la sconfitta delle elezioni legislative non ha messo fine alle divisioni interne, come molti auspicavano, nel nome della necessità urgente di far rinascere il partito. Anzi, le divisioni sono rimaste e forse si sono addirittura aggravate. In questi dodici mesi le analisi della sconfitta sono state innumerevoli mentre tutti a parole sembravano d’accordo sulla necessità di appianare le divergenze per far rinascere il Pd. Ma per fare ciò, la prima cosa da fare era eleggere un nuovo segretario. E ci è voluto un anno. Alla fine è prevalsa la linea che ha portato a rimandare il congresso e quindi le primarie. E non è così che si ricostruisce il partito, soprattutto dopo una sconfitta netta e senza precedenti come quella del 4 marzo, che esigeva tempi molto più brevi per l’elezione del nuovo segretario.

Nicola Zingaretti dovrà agire in profonda discontinuità

rispetto a quanto è stato fatto nell’ultimo anno. Se la faziosità continuerà a prevalere sull’unità, il Pd è finito. L’appuntamento delle europee va colto al balzo. Il partito ha l’occasione di farsi rappresentante delle richieste di quell’elettorato europeista che auspica un nuovo slancio del sogno europeo, verso un’Unione più solidale, democratica, integrata e vicina ai cittadini. Slancio di cui dovranno essere protagonisti innanzitutto i paesi fondatori, cooperando tra di loro, Italia in testa.

Per il Pd le elezioni europee sono quindi l’occasione perfetta per mostrarsi come valida alternativa alla maggioranza gialloverde e ritrovare la credibilità perduta. Il Pd deve elaborare e farsi veicolo di un forte messaggio europeista alternativo. Assecondare le istanze euroscettiche della maggioranza è controproducente e l’ignavia è un sintomo di debolezza che può soltanto far perdere altri voti. È necessario prendere posizione senza tentennamenti.

Come già detto, se il Pd non metterà da parte la faziosità e le liti interne, niente di tutto ciò accadrà. La dirigenza dovrebbe rendersi conto che una parte dell’elettorato non si sente rappresentata, poiché il Pd, troppo occupato a distruggersi da solo e incapace di definire la sua identità, ha rinunciato al ruolo primario di qualsiasi partito, ovvero raccogliere e organizzare le istanze della società.

Per il Pd è ora o mai più.