Sul vertice Kim-Trump incombe l’incognita della denuclearizzazione

C'è entusiasmo per il secondo vertice bilaterale tra Kim Jong-un e Donald Trump. Tuttavia, finché americani e nordcoreani non si accorderanno sul significato preciso della denuclearizzazione c'è da aspettarsi poco di concreto.

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È in corso in queste ore ad Hanoi, Vietnam,

il vertice bilaterale tra Donald Trump e Kim Jong-un. Il presidente americano e il leader supremo nordcoreano tornano ad incontrarsi faccia a faccia dopo il primo, storico vertice dello scorso 12 giugno a Singapore. 

Il summit è cominciato ieri con la stretta di mano tra Kim e Trump di fronte a una vasta schiera di giornalisti e fotografi provenienti da tutto il mondo. Prima di dare inizio ai lavori con un faccia a faccia privato di 20 minuti, i due capi di Stato hanno avuto una breve conversazione di fronte alla stampa. “Credo che il vostro paese abbia un potenziale economico enorme, incredibile, illimitato e credo che lei avrà un grande futuro come leader del suo paese, non vedo l’ora che ciò accada e farò in modo che possa diventare realtà” dichiara Trump davanti alla stampa, con a suo fianco un Kim sorridente. C’è sintonia tra i due capi di Stato. Sorrisi, strette di mano cordiali e pacche sulle spalle, ma il dossier delle questioni da discutere è denso e parecchio impegnativo.

Dopo il colloquio privato, Trump e Kim hanno avuto una cena di lavoro a cui hanno partecipato anche gli uomini chiave delle rispettive delegazioni, tra cui il segretario di Stato americano Mike Pompeo, il consigliere del dittatore nordcoreano Kim Yong-chol e il ministro degli esteri nordcoreano Ri Yong-ho.

Ancora una volta, come a Singapore, la denuclearizzazione è al centro dei negoziati. Ma cosa s’intende di preciso con questo termine tecnico? Proprio qui sta il problema. Washington e Pyongyang interpretano il termine denuclearizzazione in modo radicalmente diverso. Le rispettive diplomazie hanno sempre fatto dichiarazioni volutamente vaghe circa il significato di questo termine ma nei mesi seguenti il summit di Singapore l’incomprensione tra le due parti è culminata con lo stallo delle negoziazioni. Per gli americani la denuclearizzazione dovrebbe riguardare unicamente la Nord Corea. Il regime totalitario socialista dovrebbe disfarsi di tutti i centri di ricerca e di produzione di materiale nucleare che potrebbero essere sfruttati per fabbricare nuove armi. Lo stesso dovrebbe essere fatto con i missili capaci di trasportare testate nucleari. Gli americani vorrebbero anche lo smantellamento delle testate fin qui prodotte (il numero certo è sconosciuto ma si tratterebbe di circa una decina di ordigni) in modo da avere una denuclearizzazione completa, ma questo auspicio è decisamente troppo ottimistico. Le armi nucleari sono l’assicurazione sulla vita di Kim e del suo regime. Proprio il fatto di essersi dotato di un deterrente nucleare credibile gli ha permesso di venir legittimato dalla superpotenza mondiale, nemico giurato e odiato da più di sessant’anni. Le minacce nordcoreane sono rimaste inascoltate fino a quando il regime si è procurato testate e vettori su cui trasportarle potenzialmente in grado di colpire i vicini, Sud Corea e Giappone, alleati storici degli Stati Uniti, e le truppe americane schierate in questi paesi.

È altamente improbabile che la Nord Corea ceda le sue armi nucleari e in ogni caso ciò potrà avvenire solo al termine di un lungo processo preceduto da tappe intermedie e da notevoli concessioni da parte americana. In poche parole, l’abbandono delle armi nucleari sarà al massimo la fine, e non l’inizio, della denuclearizzazione.

Per la Corea del Nord invece la denuclearizzazione

dovrebbe riguardare tutta la penisola coreana. Ciò comporta l’uscita della Sud Corea dal cosiddetto ombrello nucleare americano e ricevere garanzie che sul suo suolo non vengano schierate testate o missili balistici che potrebbero fungere da vettori. Lo stesso varrebbe anche per i mari che circondano la penisola, che verrebbero interdetti al transito di navi e sottomarini in grado di trasportare armi nucleari. Lo scorso dicembre l’agenzia di stampa ufficiale del regime nordcoreano ha emesso una nota in cui si affermava che Pyongyang non inizierà la denuclearizzazione fino a quando la “minaccia nucleare americana” non verrà rimossa dalla Corea. “Quando ci riferiamo alla denuclearizzazione della penisola coreana – affermò l’agenzia di stampa di Pyongyang – significa che tutti gli elementi di minaccia nucleare devono essere rimossi non solo dal nord e dal sud della Corea, ma anche dalle zone circostanti da cui la penisola coreana può essere bersagliata”. Praticamente, per Pyongyang denuclearizzazione significa che tutta la penisola coreana deve trovarsi al di fuori della portata delle armi nucleari americane. Inoltre, i nordcoreani affermano che la denuclearizzazione è un cammino da compiere congiuntamente. Pertanto non sono disposti a fare il primo passo senza ricevere solide garanzie in cambio.

Questo è il contesto in cui sta avvenendo il summit di Hanoi. Un contesto caratterizzato dall’incomprensione reciproca persino sul significato della parola che dovrebbe fungere da motore di questo inedito processo di pace. A proposito di pace. Kim e Trump potrebbero anche discutere della possibilità di scrivere una dichiarazione congiunta che metta fine una volta per tutte alla guerra del 1950-53. Gli scontri armati di quella terribile guerra, che causò circa 3 milioni di morti, in maggioranza civili coreani, cessarono con la firma dell’armistizio di Panmunjeom il 27 luglio 1953. Ma un armistizio non è un accordo di pace. Tuttavia, un’eventuale pace non potrà escludere la Corea del Sud, poiché quel conflitto armato fu innanzitutto una guerra tra la Corea del Nord e quella del Sud. Ad ogni modo, il massimo che possiamo aspettarci da questo vertice è una dichiarazione che esprima l’intenzione, in un prossimo futuro, di firmare un accordo di pace.

Prima dell’inizio del vertice, Trump notò che il Vietnam è un paese in piena crescita economica che anno dopo anno vede crescere il suo pil e le sue esportazioni mentre il benessere della popolazione sta toccando livelli inediti nella sua storia. La tentazione di fare un parallelo con la Corea del Nord era troppo ghiotta. Entrambi paesi comunisti da decenni, il Vietnam liberalizzò il suo sistema economico negli anni Ottanta e ora sta godendo appieno dei suoi frutti. Il Vietnam è uno dei paesi con il maggior tasso di crescita dell’Asia orientale mentre la Corea del Nord è uno dei più poveri della regione. Forse, se liberalizzasse il mercato come fecero i vietnamiti più di trent’anni fa, un giorno la Corea del Nord potrà essere la nuova tigre asiatica e la sua popolazione uscire dalla miseria. Affinché ciò accada bisogna però che le sanzioni imposte dalla comunità internazionale per volere degli Stati Uniti vengano rimosse.

Il Vietnam è un paese prospero come pochi sulla Terra. La Nord Corea potrebbe diventare così, e molto velocemente, se denuclearizzasse scrisse Trump su Twitter poco prima dell’inizio del summit. Denuclearizzazione in cambio della rimozione, almeno parziale, delle sanzioni. Questo sarebbe il piano. Ma come si può pensare di fare dei progressi se le parti non sono d’accordo nemmeno sul significato stesso della parola denuclearizzazione?