mercoledì, Agosto 12, 2020
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La storia infinita della legge di bilancio gialloverde

Dopo l'approvazione al Senato, la storia infinita della legge di bilancio gialloverde volge verso la conclusione. Una storia caratterizzata da un braccio di ferro con la commissione europea finalizzato unicamente a rimarcare l'identità sovranista della maggioranza di governo.

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Il famigerato maxi emendamento alla manovra finanziaria è stato approvato dal Senato nella notte di domenica. La maggioranza ha redatto un maxi emendamento al testo approvato in precedenza dalla Camera dei Deputati e infine ha deciso di porvi il voto di fiducia. Si tratta di un caso inedito nella storia repubblicana. Le opposizioni, specialmente il Partito Democratico, sono insorte accusando la maggioranza di esautorare il parlamento delle sue prerogative di controllo sul bilancio. Nella notte di domenica si sono viste scene deplorevoli nell’aula di palazzo Madama con urla, schiamazzi e spintoni. Deplorevoli tanto quanto i metodi scelti dalla maggioranza per far approvare una legge così importante e delicata come la finanziaria.

Il testo ora va alla Camera dove dovrebbe approdare per il voto il 27 o il 28 di questo mese. Si avvia alla sua conclusione la storia infinita della legge di bilancio gialloverde che negli ultimi mesi ha egemonizzato le prime pagine dei quotidiani e i notiziari, ponendo in secondo luogo qualsiasi altro argomento. Da almeno un paio di mesi a questa parte infatti il dibattito pubblico ruota quasi esclusivamente attorno alla legge di bilancio. D’altro canto è normale che sia così visto il suo andamento stagionale. In estate l’immigrazione e in autunno la legge finanziaria mentre nei prossimi mesi si parlerà della campagna elettorale per le elezioni europee.

Oltre che per il fatto che vi è stata posta la fiducia in Senato, l’iter di questa manovra finanziaria è stato caratterizzato da un inedito braccio di ferro tra il governo e le istituzioni europee, in particolare la commissione. Intenzionati a concretizzare da subito le promesse fatte in campagna elettorale, i partiti di maggioranza stabilirono un deficit del 2,6 % sinonimo di un’elevata spesa pubblica. La commissione europea notificò immediatamente l’impossibilità di mettere a bilancio questa cifra in quanto irrispettosa dei vincoli comunitari sul debito. Ma anche senza vincoli un elevato deficit sarebbe destabilizzante per i conti pubblici nostrani che sono perennemente sotto osservazione a causa del mastodontico debito pubblico. Iniziò così uno scontro, divenuto poi confronto, tra palazzo Chigi e Bruxelles. Mentre i due vicepremier, come d’abitudine, facevano i gradassi sui social media, il presidente del consiglio Giuseppe Conte ci ha messo la faccia andando a negoziare di persona con la commissione, facendo la spola dalla capitale italiana a quella belga.

La matematica non è un’opinione e la retorica populista euroscettica non può sanare i conti pubblici. Salvini e Di Maio partirono alla carica con i soliti toni roboanti agitando le masse di follower contro l’Unione Europea brutta e cattiva che non vuole che il governo faccia spesa pubblica, ma ben presto hanno sbattuto la testa e se ne sono dovuti tornare a casa con la coda fra le gambe. Tutto in senso metaforico, ovviamente. I due vicepremier (specialmente quello di destra) sproloquiano sull’Unione Europea sui social media e ai comizi ma non hanno il coraggio (né il titolo, soprattutto e per fortuna) di andare a trattare quattrocchi con Juncker e Moscovici. Da ministri dell’interno e del lavoro possono fare tutte le dirette Facebook e dire tutto quello che vogliono, tanto alla fine è Conte che ci mette la faccia.

Ciò che la retorica populista ignora, a suon di slogan e con grafici semplicistici, è l’essenza della politica in democrazia, ovvero il compromesso, che viene raggiunto attraverso un confronto ragionato e serio. L’esatto contrario degli slogan bellicosi e delle dichiarazioni offensive (“l’Europa ci ha rotto le palle” cit. Il Capitano) tanto care ai demagoghi che guidano i partiti di maggioranza. Le intenzioni iniziali del governo italiano e della commissione europea sul deficit erano inconciliabili ma alla fine si è arrivati a un compromesso. Questa risoluzione stride per principio con i metodi populisti che sanno solo distinguere il bianco dal nero ma l’alternativa era rendersi responsabili dell’apertura di una procedura d’infrazione molto gravosa.

Il fatto che il governo Conte abbia deciso inizialmente una cifra molto alta per il deficit è comprensibile e non vi è nulla di strano in ciò. Dopo aver accusato i governi di centro-sinistra della scorsa legislatura di aver preso provvedimenti economici che facevano gli interessi dei burocrati di Bruxelles e dei banchieri invece che quelli della maggioranza dei cittadini italiani, era necessario agire in modo profondamente discontinuo con una manovra decisamente espansiva. La discontinuità del governo giallo-verde rispetto a quelli precedenti andava dimostrata con i fatti e così si è voluto mettere il deficit al 2,6 % pur con la certezza che vi sarebbe stato il rischio dell’apertura di una procedura d’infrazione.

Infine, per fortuna, il compromesso è stato trovato. Ma a cosa è servito questo braccio di ferro? Salvini e Di Maio hanno voluto dare prova di avere il coraggio di sfidare la commissione europea portando alla luce in modo inequivocabile la loro diversità rispetto ai governi della legislatura precedente. Una mossa politica scaltra che ha cementificato l’elettorato e definito con precisione ancora maggiore l’identità dei partiti di maggioranza, specialmente quella della Lega, mentre per i 5 Stelle il discorso è più complicato. Salvini ha accettato il dialogo ma “a testa alta” e “senza calarsi le braghe” di fronte alla commissione europea.

Questo inutile teatrino dall’esito scontato fin dal principio ha fatto l’interesse dei leader della maggioranza che hanno voluto rassicurare l’elettorato sulla loro vocazione euroscettica, ma non quello degli italiani. Una cinica macchinazione politica che ha avuto l’effetto di portare in alto il valore dello spread e tenere in apprensione mercati finanziari ed investitori per settimane.

I vicepremier sapevano che la commissione non avrebbe accettato il deficit al 2,6 % come sapevano che alla fine si sarebbe trovato un compromesso. Ma hanno voluto forzare la mano per mantenere fede alla loro identità di demagoghi populisti e sovranisti che vedono nell’Unione Europea un oppressore dei popoli e un club che fa gli interessi delle banche e della finanza globale. La storia infinita della manovra finanziaria gialloverde giunge al termine dopo mille peripezie e macchinazioni politiche mentre le elezioni europee si avvicinano. Ne vedremo delle belle.


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