La Grande Guerra fu davvero la Quarta guerra d’indipendenza?

Un'interpretazione patriottica e risorgimentale vede nell'intervento italiano nella Grande Guerra la Quarta guerra d'indipendenza. Ma nel 1915 l'Italia entrò davvero in guerra per unificare i territori irredenti e basta?

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La Prima Guerra Mondiale, di cui fra pochi giorni si celebrerà il centenario della sua fine, ha diversi nomi. Per i contemporanei che ebbero la sfortuna di viverla si trattò della Guerra Mondiale detta anche, più comunemente, Grande Guerra, nome con cui al giorno d’oggi continua ad essere diffusamente conosciuta. Il conflitto armato combattuto tra le maggiori potenze mondiali tra 1914 e 1918 fu detto Grande Guerra poiché si trattò del più grande e sanguinoso conflitto che il mondo aveva conosciuto fino a quel momento. Mai prima di allora l’umanità aveva vissuto una guerra così violenta e brutale e per questo si parlò anche, in modo suggestivo, della “guerra che avrebbe posto fine a tutte le guerre”. Come ben sappiamo, purtroppo, non pose affatto fine all’esercizio della violenza nell’ambito delle relazioni tra gli Stati.

In Italia la Prima Guerra Mondiale ha però assunto due ulteriori denominazioni: guerra del 15-18 e Quarta guerra d’indipendenza. La prima denominazione ha a che fare con gli anni di inizio e di fine del coinvolgimento militare italiano. Infatti, il Regno d’Italia entrò nella mischia il 23 maggio 1915 con la dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria ma la guerra, scoppiata il 28 luglio 1914, era già in corso da quasi un anno. Nel 1918 la guerra finì per tutti, anche se sul Fronte Italiano le ostilità cessarono il 4 novembre, una settimana esatta prima della fine definitiva della guerra avvenuta l’11 novembre con l’armistizio della Germania.

La seconda denominazione ha invece un significato ben diverso da tutte le altre poiché non definisce le dimensioni o la durata della guerra ma suggerisce un elemento di continuità con la storia italiana dei decenni precedenti. Le altre tre guerre d’indipendenza furono combattute nel XIX secolo contro l’Austria per tentare di unificare la penisola, o almeno parte di essa, sotto il Regno di Sardegna dei Savoia (1848-49; 1859) oppure per strappare all’Austria quei territori italiani che non facevano ancora parte del Regno d’Italia (1866). Con la Terza guerra d’indipendenza l’Italia annesse il Veneto e il Friuli ma alcuni territori abitati da italiani facevano ancora parte di quello che nel 1867 divenne l’Impero Austro-Ungarico. Si trattava del Trentino e di Trieste. La volontà di conquistare questi territori animò il movimento irredentista  e quello nazionalista dopo il 1866 e fino all’ingresso dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale. Secondo gli irredentisti l’unificazione non sarebbe stata compiuta del tutto fino a quando le provincie storicamente italiane del Trentino e della Venezia Giulia comprendente Gorizia e Trieste fossero rimaste in mano agli Asburgo.

Effettivamente con la Prima Guerra Mondiale l’Italia annesse le terre irredente reclamate dai nazionalisti e dagli irredentisti. Il Regio Esercito entrò a Trento e a Trieste il 3 novembre 1918, al culmine della battaglia di Vittorio Veneto, senza incontrare alcuna resistenza. Quello stesso giorno l’Austria-Ungheria firmò l’armistizio che entrò in vigore il giorno seguente, ponendo fine ai combattimenti. Dunque per l’Italia la Grande Guerra fu davvero la Quarta guerra d’indipendenza che pose fine al Risorgimento?

Ebbene le cose non stanno esattamente così. Certamente l’Italia annesse quelle terre irredente abitate da centinaia di migliaia di italiani, ma parlare di Quarta guerra d’indipendenza è un’esagerazione. Questa interpretazione patriottica e risorgimentale del coinvolgimento italiano nella Prima Guerra Mondiale è innanzitutto riduttiva e poi fuorviante. C’è tanto altro che per forza di cose viene tralasciato da questa interpretazione. Innanzitutto, la vittoria del 1918 permise all’Italia di annettere anche il Tirolo meridionale, da allora Alto Adige, fino al Brennero, ovvero una provincia abitata da una popolazione di lingua tedesca. Inoltre, l’Italia si prese pure l’Istria, abitata in maggioranza da croati, e una parte di Litorale Austriaco (ex provincia dell’Impero Austro-Ungarico) abitata in prevalenza da sloveni, dove si trova il famigerato paese di Caporetto (oggi Kobarid, in Slovenia).

Ecco che alla luce di queste annessioni di territori non abitati da italiani il mito della Quarta guerra d’indipendenza inizia a scricchiolare. Ma c’è ancora molto altro. Tale mito crolla definitivamente di fronte al Patto di Londra, firmato il 26 aprile 1915, attraverso cui l’Italia si impegnò ad entrare in guerra a fianco della Triplice Intesa entro un mese, in cambio di diverse compensazioni territoriali. Come ricompensa per l’ingresso in guerra contro gli Imperi Centrali l’Italia avrebbe ricevuto oltre al Trentino – Alto Adige e tutto il Litorale Austriaco (comprendente Gorizia e Trieste), una parte della Dalmazia e delle sue isole, il riconoscimento del protettorato sull’Albania e il Dodecanneso, una sfera d’influenza economica esclusiva nella provincia di Adalia, in Turchia, ed eventuali compensazioni coloniali aggiuntive in Africa, a danno delle colonie tedesche. Appare chiaro che l’Italia entrò in guerra non tanto per unificare le terre irredente bensì per aumentare il proprio prestigio e la propria potenza nell’Adriatico e nel Mediterraneo orientale. In altre parole, l’Italia mirava in primo luogo ad affermare ulteriormente il proprio status di grande potenza coloniale ed imperiale, in linea con quanto fatto da tutte le potenze europee a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.

La prima avventura coloniale italiana finì malamente con la disfatta di Adua in Etiopia nel marzo 1896. Quindici anni più tardi l’Italia trovò il successo nella guerra del 1911-12 contro l’Impero Ottomano a cui strappò il controllo della Libia. Cavalcando l’onda dell’entusiasmo del successo in Libia (che fu pagato a caro prezzo e mise a nudo le nostre carenze militari) l’Italia vide nella Grande Guerra l’opportunità di accrescere ulteriormente la sua potenza nel bacino del Mediterraneo.

Il Patto di Londra usava toni vaghi e poco definiti e in occasione della Conferenza di pace di Parigi del 1919 gli Alleati vennero meno a parte delle loro promesse. La delegazione italiana abbandonò temporaneamente i lavori in segno di protesta per poi farvi ritorno mentre il Trattato di Versailles firmato nel giugno 1919 provocò un’ondata di risentimento nazionalista per quella che D’Annunzio definì la “vittoria mutilata”.

Altro che Quarta guerra d’indipendenza. L’intervento italiano nella Prima Guerra Mondiale fu motivato innanzitutto da ambizioni imperiali, e non patriottiche. Fu proprio grazie alle compensazioni territoriali offerte dall’Intesa che l’Italia si decise a intervenire a suo fianco, poiché vide in quelle compensazioni la possibilità di accrescere ulteriormente il proprio status di grande potenza.

Quarta guerra d’indipendenza è una definizione intrisa di ideali patriottici e risorgimentali. In più, quest’interpretazione offre immediatamente la giustificazione per quell’immane ed incomprensibile macello che fu la Prima Guerra Mondiale: il completamento dell’unità nazionale. Tuttavia, questa romantica narrazione è fuorviante poiché ignora il principale motivo strategico per cui l’Italia entrò in guerra nel 1915.