Intervista ad Angelo Panebianco

Una conversazione con Angelo Panebianco su alcuni temi caldi di politica italiana ed internazionale.

572
Angelo Panebianco, politologo, editorialista Corriere della Sera

Abbiamo intervistato Angelo Panebianco, professore ordinario presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università degli Studi di Bologna (andrà in pensione alla fine di questo mese). Panebianco è anche politologo, saggista ed editorialista per il quotidiano Corriere della Sera. È uno dei massimi esperti italiani di politica interna ed internazionale nonché stella polare del dibattito pubblico nostrano sia in ambito accademico che giornalistico. In questa breve e cordiale intervista abbiamo discusso con lui alcuni temi caldi dell’attualità politica internazionale e italiana.

Buonasera professor Panebianco, ieri (domenica, nda) si sono tenute le elezioni in Baviera le quali hanno decretato il crollo dei partiti tradizionali, ovvero Csu ed Spd, mentre Verdi e Alternativa per la Germania hanno aumentato i loro consensi. Crede che questo risultato elettorale avrà ripercussioni sulla stabilità del governo tedesco?  

Sembra di sì. Gli esperti di Germania dicono di sì. La Baviera era un’oasi di stabilità legata alla presenza di un partito egemone (la Csu, nda) che è stato tale per un lunghissimo periodo di tempo. Ma questo risultato elettorale è la prova che tutto è in movimento e ci sono ben poche certezze. Credo che ci saranno delle conseguenze in termini di aumento dell’instabilità politica per la Germania. Per esempio, mi pare difficile che questo voto non abbia conseguenze per l’Spd sul piano nazionale. Una batosta di questo tipo non può non avere ripercussioni anche sulla coalizione di governo. Naturalmente, data la sua posizione egemone in Europa, un aumento dell’instabilità politica in Germania avrà ripercussioni anche sul resto del continente.

Passiamo alla politica interna. Da quando il governo gialloverde si è insediato all’inizio dell’estate, diversi quotidiani e partiti di sinistra hanno messo in guardia dal presunto pericolo che gli attuali governanti rivestirebbero per la democrazia nel nostro paese. Secondo alcuni, il governo Conte potrebbe fare da preludio a un nuovo avvento dell’autoritarismo in Italia. Lei la pensa così?

Ci sono molte affinità tra i partiti politici di maggioranza e altri partiti politici che in altre circostanze hanno poi portato all’instaurazione di regimi autoritari, penso ad esempio ad alcune esperienze latinoamericane. Naturalmente la storia non si ripete mai allo stesso modo. Se però uno dice che le autorità indipendenti o tacciono o si presentano alle elezioni, sta dicendo che le autorità indipendenti non hanno diritto di esistere e questo è un segnale che dovrebbe destare la nostra attenzione. Non possiamo sapere se le parole faranno da preludio ai fatti, certamente se i fatti saranno coerenti con le dichiarazioni ciò avrà degli effetti sull’assetto democratico del paese, ma ora come ora non è possibile fare affermazioni perentorie in un senso o nell’altro. A mio parere la situazione attuale è molto fluida, nel senso che potranno esserci diversi esiti.

Ora le vorrei fare una domanda su un argomento di politica internazionale che negli ultimi mesi è tornato al centro dell’attenzione. In Libia ci sono due governi supportati da decine di milizie armate. Lei crede che un giorno si arriverà alla resa dei conti militare tra Al-Sarraj e Haftar oppure la diplomazia prevarrà e si troverà un accordo pacifico?

In questo momento il governo di Tripoli (quello di Al-Sarraj, nda) che è appoggiato dall’Italia oltre che dall’Onu, è quello più debole. L’altro governo, che ha il sostegno dell’Egitto, sembra più forte. Tuttavia, i gruppi armati sul terreno sono molto frammentati perciò i rapporti di forza possono cambiare molto rapidamente. Il problema è questo: la Libia ovviamente è uno Stato fallito, nel senso che essendoci due governi e un gran numero di milizie nessuno ha il monopolio della forza legittima. Non c’è un unico soggetto politico in grado di monopolizzare l’uso legittimo della forza, per questo la Libia è uno Stato fallito. Ricomporre lo Stato è facile a dirsi ma molto difficile a farsi. La diplomazia tenta di mettere attorno a un tavolo questi attori. Quando e se si arriverà a un accordo, tale accordo sarà fortemente condizionato dalla forza militare che i gruppi hanno dimostrato di avere sul terreno. In pratica, i gruppi militarmente più forti otterranno di più da un eventuale accordo, poiché hanno dimostrato di avere un potere negoziale maggiore. Ma il punto cruciale è un altro: bisognerà vedere se l’accordo di pace riuscirà a disarmare le milizie. Su questo aspetto si misurerà il suo successo. O si disarmano le milizie e si ricostruisce un apparato di sicurezza che avrà il monopolio della forza legittima oppure lo Stato continuerà ad essere fallito e quindi instabile com’è oggi. C’è però un altro aspetto interessante sulla Libia che bisogna dire: due paesi dell’Unione Europea, ovvero Italia e Francia, hanno interessi in competizione. Questo fatto ha conseguenze sui rapporti interni all’Unione.

Cosa intende dicendo che Francia e Italia sono in competizione in Libia?

La questione è molto semplice: la Francia appoggia il governo di Haftar mentre l’Italia quello di Al-Sarraj. In realtà, al di là di quale governo si appoggia, la situazione è più complessa e intricata. La competizione tra Italia e Francia ha a che fare essenzialmente e sopratutto con il petrolio. In Libia l’Italia può contare su una forte presenza dell’Eni ma la Francia ambisce ad avere una posizione più forte di quella che avuto storicamente, così da accaparrarsi più risorse petrolifere possibili.

Per concludere, una domanda sulla situazione in Medio Oriente. Lo scorso maggio il presidente americano Donald Trump si è ritirato unilateralmente dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015, ha imposto nuove sanzioni e ha iniziato ad adottare un linguaggio di fuoco nei confronti della Repubblica Islamica. Crede che in futuro la rinnovata rivalità tra Stati Uniti ed Iran potrebbe fare da scintilla per la prossima grande guerra del Medio Oriente?

La rivalità non è tra Stati Uniti ed Iran, bensì tra Stati Uniti e Russia, la quale appoggia l’Iran. Nel Medio Oriente c’è anche una fortissima competizione tra Arabia Saudita ed Iran mentre Israele si sente minacciato da Teheran. Il vero competitor degli Stati Uniti in Medio Oriente non è l’Iran ma la Russia. Piuttosto che una guerra tra Stati Uniti ed Iran è più probabile che scoppi una guerra tra le potenze regionali del Medio Oriente le quali, a seconda dei casi, saranno più o meno appoggiate da Washington o da Mosca. In una situazione di instabilità come quella del Medio Oriente dove le potenze hanno rivalità profonde, la possibilità di una guerra c’è sempre. Oltretutto, la fase attuale è caratterizzata dalla riduzione, avvenuta negli ultimi anni, della capacità egemonica degli Stati Uniti in Medio Oriente. In genere, quando in una regione ad alto livello di instabilità si riduce la capacità egemonica di una potenza, il rischio che scoppi una guerra cresce. Al momento però tutte le potenze della regione dovrebbero essere stanche ed esauste, poiché negli ultimi anni sono state tutte impegnate nelle guerre civili di Siria o dello Yemen. In particolare, la guerra dello Yemen, terreno di scontro nella competizione tra iraniani e sauditi, si sta prolungando da più tre anni senza sbocchi. Questa guerra sta avendo costi molto alti, sia in termini umani che finanziari, per le nazioni che vi sono coinvolte. Ciò impedisce che si vada subito a una guerra generale siccome gli eventuali protagonisti sono tutti abbastanza esausti.