A che punto è la Brexit?

A sei mesi esatti dall'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea la situazione non potrebbe essere più incerta e caotica.

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Tra sei mesi esatti, il 29 marzo 2019, il Regno Unito sarà ufficialmente fuori dall’Unione Europea. Quel giorno si completerà un processo durato quasi tre anni ed iniziato il 23 giugno 2016, quando si tenne il famigerato referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Ue. Tra pochi mesi l’Unione avrà 27 membri e la cosiddetta Brexit potrà dirsi conclusa. Dopo più di due anni dal fatidico referendum qual è lo stato di avanzamento dei negoziati tra Londra e Bruxelles? Insomma, a che punto è la Brexit?

A sei mesi dal divorzio tra britannici ed europei comunitari, la situazione non potrebbe essere più caotica ed incerta. La luce in fondo al tunnel non si vede. Regno Unito ed Unione Europea sono ben lungi dallo stipulare un accordo consensuale e nel frattempo lo spettro di una no deal Brexit inizia a materializzarsi. Con questa definizione si intende una Brexit senza alcun tipo di accordo. Un vero e proprio incubo per gli investitori e le imprese che operano al di là della Manica le quali sperano vivamente che infine le parti riescano a raggiungere un’intesa. L’eventualità di una no deal Brexit, che a questo punto non è da escludere, getterebbe nel panico operatori economici e finanziari generando un furioso vortice di instabilità ed incertezza. Nel caso di un’uscita senza accordo le ripercussioni economiche per il Regno Unito sarebbe certamente molto gravi.

Nessuno in questo momento vorrebbe vestire i panni di Theresa May. La primo ministro deve contemporaneamente guidare i negoziati con l’Unione Europea e difendere la propria leadership non solo all’interno del governo ma pure nel partito conservatore, il quale è chiaramente diviso in due fazioni. Da una parte vi sono i favorevoli a una soft Brexit che mantenga forti legami commerciali e doganali con l’Unione Europea. Dall’altra ci sono quelli che vorrebbero una hard Brexit o addirittura una no deal Brexit che tagli nettamente i ponti con l’Ue. Questa fazione è capitanata dall’ex ministro degli esteri Boris Johnson. Quest’ultimo è sempre più protagonista del dibattito pubblico riguardante la Brexit ed è senz’ombra di dubbio il principale avversario interno della primo ministro. In un articolo pubblicato ieri su The Daily Telegraph (uno dei quotidiani più conservatori del paese) ed intitolato “Il mio piano per una Brexit migliore”, Johnson ha messo per iscritto la sua idea di come il Regno Unito dovrebbe lasciare l’Ue. “Non si tratta solo di decidere che tipo di relazione vogliamo con l’Unione Europea. Dobbiamo decidere chi siamo e se crediamo veramente nell’importanza delle nostre istituzioni democratiche – scrive l’ex ministro degli esteri – dobbiamo decidere se abbiamo il coraggio di esaudire il mandato popolare di lasciare l’Unione Europea e di riprenderci per davvero il controllo delle nostre leggi e delle nostre vite”. Johnson usa parole durissime nei confronti di Theresa May e la definisce “invertebrata” per via di come sta gestendo i negoziati.

La frattura interna al partito conservatore è esplosa lo scorso luglio quando May ha presentato il suo piano per la Brexit, il cosiddetto Piano di Chequers. La linea adottata dalla primo ministro è stata giudicata troppo soft dall’allora ministro degli esteri Johnson e da quello per la Brexit Davis i quali rassegnarono le loro dimissioni per protesta, innescando una crisi di governo che ha messo in seria discussione la leadership e la stabilità del governo May. Johnson considera il Piano di Chequers un tradimento nei confronti del popolo britannico perché secondo lui porterebbe a una Brexit solo di nome.

Come se non bastasse, recentemente la primo ministro ha dovuto subire un’altra durissima batosta che ha incrinato ulteriormente la sua credibilità. L’Unione Europea ha rigettato proprio il suo Piano di Chequers perché darebbe al Regno Unito “un vantaggio competitivo ingiusto”. L’iniziativa di May prevedeva l’istituzione di un’unione doganale e di una zona di libero scambio tra la Gran Bretagna e l’Ue, e proprio per questo motivo la primo ministro è stata tacciata di perseguire una soft Brexit. Secondo Bruxelles, il piano proposto dal governo britannico concederebbe al Regno Unito troppi privilegi. Insomma, per dirla con un proverbio i britannici vogliono la botte piena e la moglie ubriaca. La controproposta dell’Ue consiste nell’istituzione di un’area di libero scambio simile a quella che è stata fatta recentemente con il Canada e che darebbe meno privilegi a Londra.

Cosa farà ora Theresa May? La primo ministro pochi giorni prima del rifiuto del suo piano aveva affermato che “l’unica alternativa al Piano di Chequers è uscire dall’Unione Europea senza un accordo”. Intanto, questo fine settimana si tiene il congresso del partito conservatore dove May dovrà difendere con forza la sua leadership come mai prima d’ora.

La Brexit è diventata una vera e propria paranoia in Gran Bretagna mentre alcune frange della società iniziano a sviluppare una sorta di ansia nei confronti di una no deal Brexit tanto che iniziano a circolare voci e sondaggi sull’eventualità di un secondo referendum. Come si è detto sopra, il mondo imprenditoriale e finanziario è quello che teme maggiormente tale eventualità, sempre più probabile mano a mano che ci si avvicina al 29 marzo. Diverse imprese e multinazionali hanno già annunciato che lasceranno il Regno Unito o quantomeno ridurranno fortemente gli investimenti nel caso in cui Londra e Bruxelles non raggiungessero un’intesa in tempo.

A sei mesi esatti dal 29 marzo 2019 la Brexit è giunta a un punto morto. Unione doganale, area di libero scambio, circolazione delle persone e status del confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda sono i principali, ma non gli unici, terreni di scontro del negoziato tra l’esecutivo britannico e l’Unione Europea. La crisi interna al partito di governo è un ulteriore ostacolo al raggiungimento di un accordo in tempi brevi. Al momento non sembrano esserci i presupposti per un’intesa mentre numerosi studi prevedono che una no deal Brexit causerà un forte shock all’economia britannica con gravi ripercussioni almeno di breve periodo. E cosa succederà all’integrità del Regno Unito in tal caso? La Scozia, che nel 2016 votò in blocco per il “remain” e che nel 2014 tenne un referendum per uscire dal regno, tenterà nuovamente la secessione per stabilire legami commerciali più sicuri con l’Unione Europea? Nell’attesa che queste domande trovino una risposta, il Regno Unito si avvicina a un appuntamento con la storia il cui esito è nascosto dietro una coltre di incertezza e ansia. Sei mesi passano alla svelta.