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Quel che resta della politica italiana…

| 24 Luglio 2018 | ATTUALITÀ

Tanto fumo e niente arrosto. La politica italiana è cascata in un dibattito sterile dal quale né i partiti né gli esponenti politici vogliono uscire.  Dal berlusconismo al renzismo, dal grillismo al salvinismo, i nostri leader politici accusano una pesante ansia di protagonismo che ha trasformato il dibattito pubblico in una vicenda personale mentre la partecipazione è sempre in continuo calo.

La cosiddetta seconda repubblica – termine costituzionalmente sbagliato, dato che non c’è stata nessuna costituente nel ’92 – ha aperto le porte a uno scenario dove i partiti impresa che gravitano attorno un leader hanno avuto la meglio sul resto delle organizzazioni, dove lo spettacolo prevale sulla politica stessa.

Cosa c’è all’origine di questa lunga crisi politica?

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Il processo di delegittimazione iniziato dalla fine degli anni ’70 e concluso nel 1992 ha rappresentato uno spartiacque nella vita politica italiana, il quale, affiancato dalla scomparsa dei blocchi successiva alla caduta del muro e il crollo dell’URSS, contribuì al calo della partecipazione. Se prima gli elettori votavano in massa era dovuto alle emozioni e convinzioni ispirate da ideologie contrapposte che – almeno nella loro professione di fede – offrivano quella che ritenevano la miglior forma di governo, sia in nome della libertà, sia in quello dell’eguaglianza.

Senza cascare nell’errore di illustrare un quadro semplicistico che opponga un “passato glorioso” di fronte alle incertezze del presente, bisogna ammettere che la politica è stata svuotata da quell’insieme di valori che la rendevano un grande racconto dal quale si poteva sperare un qualcosa. Dopo tangentopoli si è esaurito un’equilibrio senza ricrearne un’altro.

Calo della Partecipazione.

Di fatto, la politica italiana è stata ridimensionata e i risultati sono a portata di mano. Nemmeno le rivendicazioni promesse della “seconda repubblica” sono riuscite a rialzare la partecipazione elettorale in continuo calo a partire dal 1983. Le ultime elezioni – se paragonate con i comizi precedenti – con un’affluenza definitiva del 72,99%, hanno confermato la crescita dell’astensionismo in un paese sempre più divorziato dalla partecipazione politica.

Rimanendo sul discorso delle elezioni politiche – senza approfondire in altre realtà come le elezioni amministrative nelle quali per variati motivi la bassa partecipazione è allarmante – nonostante l’affluenza alle urne resti ancora elevata si conferma un trend negativo che rischia di portare la partecipazione al sotto del 70% durante i prossimi processi.

I numeri parlano chiaro ed è evidente che siamo in mezzo a un processo di disincanto da parte degli elettori, ma cosa faranno i nostri politici per contrastare il calo nella partecipazione? Continueranno ad alternare odio e paura a vicenda per conquistare il voto?… Useranno – come sempre – la delegittimazione dell’altro quale respiratore artificiale che li mantenga in vita? Oppure capiranno che bisogna fare sul serio per salvare quel che resta della politica italiana?

75,6% nel 2013; 80,63% nel 2008; 84,24% nel 2006. Per non parlare del record di affluenza di 93,84% alle elezioni del 1953 che rappresenterebbe un margine di 18 punti di distacco rispetto alle ultime politiche.

TAG: calopartecipazione, elezioni, politica
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