Elogio della confessione

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“Di quante complesse incomprensioni è fatta la comprensione che gli altri hanno di noi”. L’aforisma di Fernando Pessoa suggerisce che gli altri basano la conoscenza che hanno di noi su elementi che non hanno correttamente compreso. Il misunderstanding è increscioso, perché ci deforma agli occhi degli altri e ribalta la relazione attiva della conoscenza: non siamo percepiti per quello che siamo, ma per quello che non siamo. Quello che Pessoa invece non si è chiesto (e che mi chiedo io) è: quante complesse incomprensioni ci impediscono di comprendere noi stessi?

Attraverso la via socratica del “nosce te ipsum” – conosci te stesso – è possibile fare luce sulle nostre più autentiche potenzialità e comprendere di che stoffa siamo fatti. Bene diceva Shakespeare: “Siamo fatti della stoffa di cui son fatti i sogni. E nello spazio e nel tempo di un sogno è racchiusa la nostra piccola vita” (cit. da “La Tempesta”). Scandagliare la nostra coscienza per vedere chi, cosa siamo e cosa siamo capaci di combinare,  è il nostro primo dovere di esseri umani fragili come sogni. Porsi il triplo interrogativo, chi sono, da dove vengo e dove vado, è un’esigenza naturale. Ma trascinati da uno stanco, superficiale e ostinato edonismo, troppo spesso lo dimentichiamo.

Ognuno di noi, chi più chi meno, è fragile e limitato, soggetto all’errore, alla viltà, alla menzogna. E con una fastidiosa tendenza a rifiutare di ammetterlo. Non siamo abituati ad assumerci la fondamentale responsabilità di ritirarci in noi stessi a dialogare con il tribunale della nostra coscienza. A riconoscere lucidamente i nostri nemici interiori. Ad ammettere i nostri torti, le paure che hanno generato errori e annientato la fiducia in noi stessi e negli altri. In poche parole: non siamo abituati a fare un esame di coscienza. È un atto, questo, che può essere interpretato laicamente o religiosamente. Laicamente, richiede il coraggio dell’onestà. Religiosamente, soprattutto oggi, anche di andare controcorrente.

La confessione è il sacramento più scomodo. Confessarsi non è sexy, non è smart e non è per niente cool. È un atto visto e vissuto con sospetto e disagio. Ma “non riconoscere il proprio male – osserva Vito Mancuso, teologo, docente universitario e scrittore –  significa rinunciare al principio di responsabilità e autoassolvere la condotta dell’ego”. Il dato più preoccupante è l’ “l’anestesia della mente giovanile, supremamente disinteressata a tutto ciò che non passi attraverso la mediazione dell’incontrastato suo dominatore: lo smartphone, divenuto una smart-prison, una prigione elettronica della mente”.

Attraverso l’assoluzione sacerdotale, Dio accorda a chi si confessa il perdono e la pace. Non lo fa attraverso un whatsapp, ma dalla viva voce di un intermediario: il prete,  un’altra figura decisamente fuori moda. Così come terribilmente fuori moda è diventato dichiararsi credente. Una parentesi: io non mi arrendo. Anche a costo di subìre, in Italia come in Francia e in Lussemburgo, i paesi in cui mi divido, risatine di compatimento o battute al vetriolo. Perché nell’era di facebook e whatsapp, una fede serenamente dichiarata nella percezione dei più è scarsamente compatibile con un approccio illuminato e “liberal” alla vita e alle cose della vita. Chiusa parentesi.

Una convinzione me la sono fatta. I nostri figli non riusciranno mai a scoprire chi sono, da dove vengono e dove vanno attraverso il loro smartphone. In compenso, grazie al loro smartphone potranno combinarne di ogni. La lista è lunga. Il genitore attento la può creativamente arricchire con esperienze mediamente incresciose subite in prima persona, ad opera della loro facebookata, whatsappata e altamente scafata progenie.

Suggerisco il coraggio di atti rivoluzionari e sovversivi nei confronti dei vostri figli. Sostituite lo smartphone con un telefono da 29 euro che, pensate un po’, è solo un telefono. E cioè fa e riceve telefonate. Al massimo invia e riceve sms. Nient’altro. La fine della socialità dei figli? No. L’inizio di una più sana capacità di guardarsi dentro. Di scoprire chi sono veramente,  al di là del nickname su facebook. L’occasione per parlare e conoscere guardandolo in faccia l’amico o gli amici del gruppo con cui fino a ieri si scambiavano 300 messaggi al giorno. La fine della smartphonizzazione della vita. Forse. Speriamo.