lunedì, Settembre 28, 2020
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Individualismo e calo partecipazione politica: aveva ragione Tocqueville?

Il filosofo francese profetizzò quasi duecento anni fa l'affermazione globale della democrazia...ma anche i suoi problemi, per esempio l'individualismo.

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Nel suo capolavoro La democrazia in America, il filosofo Alexis de Tocqueville profetizzò “l’avvento, prossimo, irresistibile, universale della democrazia nel mondo”.

Durante il suo viaggio negli Stati Uniti, tra 1831 e 1832, Tocqueville osservò in prima persona la  società americana e non poté fare a meno di notare le grandi differenze che caratterizzavano quest’ultima a confronto con la civiltà europea, in particolare la società francese. I princìpi democratici che orchestravano e orchestrano tutt’ora l’organizzazione politica degli Stati Uniti entusiasmarono il politico francese che seppe farne un’analisi accurata.

Ma Tocqueville andò ben oltre il profetizzare l’affermazione globale della democrazia. Attraverso un’analisi critica e per quanto possibile imparziale, riuscì ad individuarne gli aspetti problematici ed inediti. Tra le problematiche create dalla democrazia, Tocqueville individuò, tra gli altri, il dispotismo paterno (di cui abbiamo già parlato qui) e l’individualismo, che cercheremo di trattare brevemente in questa sede.

Nel libro secondo de La democrazia in America, Tocqueville definisce l’individualismo in questi termini. “L’individualismo è un sentimento ponderato e tranquillo, che spinge ogni singolo ad appartarsi dalla massa dei suoi simili e a tenersi in disparte con la sua famiglia e i suoi amici; cosicché, dopo essersi creato una piccola società per conto proprio, abbandona volentieri la grande società a se stessa”. (Capitolo II)

La democrazia rappresentativa, realizzandosi sulla base dei princìpi del liberalismo individualista che conferiscono a ciascuno una serie di diritti e libertà fondamentali, grazie anche al benessere economico, crea una società composta da soggetti atomizzati che limitano il proprio orizzonte esperienziale alla sfera delle relazioni quotidiane con familiari, amici, colleghi di lavoro. I cittadini si ritirano nella loro “piccola società” e perdono consapevolezza ed interesse nel destino della collettività intesa come somma delle piccole società individualistiche e delle relazioni tra queste. Questo atteggiamento pone le basi da un lato per l’affermazione del dispotismo paterno (detto anche democratico), dall’altro produce una progressiva spoliticizzazione delle masse.

Gli individui, benestanti, perdono interesse nel partecipare attivamente all’organizzazione politica della società proprio perché loro ignorano la collettività nel suo complesso e hanno a cuore solo il destino della loro piccola cerchia. Tocqueville osserva quindi che nelle società democratiche la partecipazione politica è destinata a diminuire proprio a causa dell’individualismo. Pure nelle democrazie consolidate, la partecipazione politica tende a ridursi a mero esercizio elettorale, sebbene lo Stato formalmente riconosca libertà e diritti attraverso cui essi potrebbero partecipare più attivamente.

Al giorno d’oggi stiamo testimoniando proprio quello che Tocqueville profetizzò quasi duecento anni fa: il calo progressivo della partecipazione politica nei regimi democratici. Esso è dovuto però solo in parte all’individualismo. Molte persone hanno ridotto la loro partecipazione politica perché hanno anche perso fiducia nella classe dirigente autoreferenziale ed incapace di rispondere alle domande provenienti dalla società. Inoltre, la crisi economica ha prodotto nuove sfide che spesso e volentieri la classe politica non è riuscita ad affrontare in modo soddisfacente. La crisi ha alienato ulteriormente i cittadini dalla politica i quali si sono rifugiati ancor di più nella propria cerchia, oppure hanno perso anche l’ultimo briciolo di fiducia verso i propri dirigenti (abdicando pure all’esercizio elettorale) o ancora hanno indirizzato il voto verso i partiti cosiddetti populisti o anti-establishment.

A prescindere da tutto ciò, le parole di Tocqueville ci insegnano una lezione molto importante che non dobbiamo mai dimenticare. Il buon funzionamento di un regime democratico dipende dalla partecipazione attiva di tutti all’organizzazione politica della società. Andare a votare è necessario ma non sufficiente per garantire il corretto funzionamento del regime politico. Bisogna conoscere di più la politica, parlarne e non vederla come un tabù, bisogna avere maggiore consapevolezza dei processi e dei meccanismi del sistema politico in modo da poterne discutere in modo costruttivo. Rinchiudersi nella propria cerchia di amici e parenti oppure nel proprio mondo virtuale, visto che le tecnologie odierne ci danno pure questa possibilità, è rassicurante ma a lungo andare minaccia le basi dello status quo e della pace sociale.

Il tempo degli alibi è finito. Non ci sono più scuse. Internet è uno strumento meraviglioso nella misura in cui permette a chiunque di avere letteralmente a portata di mano una quantità di informazioni inedita, che bisogna ad ogni modo essere in grado di scremare. Informarsi e discutere di politica in modo costruttivo, osservando gli eventi con pensiero critico, è già una forma primordiale di partecipazione, che tuttavia viene esercitata da una minoranza della popolazione. In ultima istanza, l’ennesimo problema, che si aggiunge all’individualismo e agli altri già citati, è che, citando Giovanni Falcone, “quando si tratta di rimboccarsi le maniche ed incominciare a cambiare vi è un prezzo da pagare. Ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare”.

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