Recep Tayyip Erdogan, l’uomo di mezzo

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Se esistesse un premio da conferire alla nazione più controversa dell’anno, questo premio verrebbe sicuramente conferito alla Turchia e al suo uomo forte Tayyip Erdogan.

Seconda forza militare Nato che minaccia di ritirare gli ambasciatori dalla prima forza militare Nato; compra velivoli statunitensi e sistemi antiaereo russi; terra natia del grande Ataturk, padre della Turchia europea; terra laica ma a maggioranza islamica che non trova un proprio equilibrio interno, schiacciata fra laicità e radicalizzazione; vicina di casa degli arabi ma grande avversaria; avversaria come l’acerrima nemica di sempre e adesso alleata Nato: la Grecia, di cui tutt’oggi tiene in ostaggi due soldati; in sintesi, la Turchia con grande maestria e spregevolezza, sta facendo leva sulla sua assoluta indispensabilità geopolitica.

Alla vigilia delle prossime elezioni, viene da chiedersi se la Turchia sarà più vicina a Putin o più vicina a Trump.

La politica di Tayyip Erdogan, classe 1954, verte tutta sulla sua assoluta imprevedibilità, imprevedibilità che può permettersi grazie al suo ruolo di mezzo fra responsabile e irresponsabile.
Responsabile è una potenza la quale deve tenere conto delle proprie azioni su macro-scale, irresponsabile è quella piccola nazione che sceglie di volta in volta sotto quale alleato o organismo sovranazionale orbitare e può dunque permettersi politiche meno stabili ma al contempo meno influenti.
Non è il caso della Turchia, le cui politiche sono largamente influenti, ma il cui approccio è largamente irresponsabile, facendo parte di una alleanza più grande (la Nato) che para i colpi al posto suo.

Da qui abbiamo la forza della Turchia, che Erdogan con metodi al quanto discutibili, sta sfruttando appieno. Una spregiudicatezza e una imprevedibilità che rispecchiano i propri dissidi interni più profondi, ma che vengono resi un punto di forza.


Alexis Tsipras e Recep Tayyip Erdogan

“La Turchia è un membro della NATO, alleato della Grecia nella NATO, questi incidenti vengono risolti pacificamente attraverso i negoziati tra i militari dei due Paesi”, Pannos Kammenos, ministro della Difesa greco.

Su Erdogan possiamo dire tutto, ma non che non stia facendo gli interessi della Turchia.

Tuttavia questo suo agire sopra le regole e nel mero ed esclusivo interesse della propria ragione di Stato, rispecchia largamente quelli che erano gli standard comportamentali degli Stati nazionalisti del secolo scorso, un modello sicuramente efficace nel breve termine ma che lascia ampi dubbi sulla sua efficacia nel lungo termine.

Erdogan viola la morale Kantiana perpetrando su terzi azioni che non vorrebbe subire, scaldando quindi gli animi belligeranti dei vicini. Quanto durerà lo strapotere? Riuscirà a mantenere alto lo standard di assertività?

In definitiva, è una Turchia isolata o una Turchia internazionale quella che si sta delineando? Né l’una né l’altra: è senz’altro una Turchia che fungerà da perno. Come la Corea del Nord la Turchia si sta imponendo come interlocutore imprescindibile sul tavolo internazionale: il suo è solo un tentativo di dettare le politiche senza farsele dettare. Tuttavia, come ho lasciato intendere, un attitudine così prorompente necessita ovviamente di una visione di insiemi: se il fine sarà prossimo (raggiungibile entro breve), allora aumentare la propria competitività porterà dei risultati senza danni collaterali, se invece la strategia Erdoganiana sarà una strategia perpetua, dovrà assicurarsi di potere tenere il potere molto oltre il mandato dell’attuale presidente, delineando quindi uno scenario estremamente instabile per la Turchia, per il Medio Oriente ma soprattutto per la Nato.


Rouhani accoglie la controparte turca

Date le limitate risorse (le agenzie di rating danno in forte ribasso la credibilità turca sui mercati) e il mutuo svantaggio a cui porterebbe una strategia dominante nel lungo termine, c’è motivo di credere che Erdogan punti a una strategia nel breve termine così da fornire alla Turchia quel Lebensraum di cui necessita per poi tornare dentro i ranghi.
Ma il rischio maggiore è che nonostante ciò, le riforme reazionarie interne e la sempre maggiore islamizzazione del Paese, portino la Turchia fuori dal controllo dello stesso Erdogan, che potrebbe trovarsi fra le mani una versione sunnita dell’Iran. Alle porte dell’Europa, membro della Nato.

Putin o Trump? Erdogan punta a non averne più bisogno.