Gli avvoltoi del credito – le nuove regole sugli Npl

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Nonostante le intemerate di Antonio Tajani, il 15 marzo la Bce ha pubblicato in via definitiva l’addendum alle Linee Guida per le banche sui crediti deteriorati.

Il giorno precedente sul tema era intervenuto Valdis Dombrovskis per la Commissione, che sottoporrà a Parlamento e Consiglio una direttiva in materia di svalutazione dei crediti ed un’altra volta allo sviluppo di un mercato secondario delle sofferenze e alla facilitazione delle procedure di recupero dei crediti.

Questi tre documenti, insieme, preludono alla desertificazione del tessuto artigianale e piccolo-imprenditoriale italiano, con riverberi prima sull’economia reale e poi, in ultima analisi, sugli stessi Istituti di credito (e – grazie alla Direttiva BRRD, quella del bail in – sui relativi correntisti).

La posizione della sig.ra Nouy è chiara e netta (anche se concede un approccio caso per caso al fine di tacitare le ire del servizio giuridico del Parlamento): i crediti scaduti, riclassificati dopo il 1° aprile, devono raggiungere un tasso di copertura del 100% entro 2 anni se non garantiti, entro 7 anni se garantiti. La proposta della Commissione, in tema, non è molto differente, salvo che la copertura integrale dei crediti garantiti slitta dal settimo all’ottavo bilancio.

Secondo il Comitato Esecutivo dell’Abi, cioè l’associazione delle banche italiane, “gli automatismi nella valutazione delle garanzie, la rigidità sulle possibilità di adottare misure di sostegno alle piccole e medie imprese e alle imprese in temporanea difficoltà, se non adeguatamente considerate, avrebbero un effetto prociclico, incidendo negativamente sulla ripresa in atto“. Nico Gronchi di Confesercenti, su ItaliaOggi, aggiunge: “i provvedimenti previsti rischiano di essere molto pesanti per le banche italiane, che hanno un rapporto tra Npl e crediti quasi tre volte superiore alla media europea e che, a differenza di altri istituti europei, sono prevalentemente orientate al sostegno delle PMI e del piccolo credito“.

Tradotto: come di consueto, regole uguali per 27 Paesi diversi finiscono per avvantaggiarne alcuni (quelli il cui sistema industriale è basato sulla grande impresa, di preferenza multinazionale, e le cui banche hanno già risolto il problema degli Npl grazie a ingenti iniezioni di liquidità da parte degli Stati) e penalizzarne altri (segnatamente l’Italia, col suo sistema di piccoli imprese, a volte addirittura artigiane, e un sistema bancario ancora abbastanza frazionato per rispondere alle esigenze dei diversi territori). Imporre un ulteriore credit crunch alle PMI, che oggi pagano interessi a un tasso quasi doppio rispetto alle grandi industrie, è proprio il modo migliore per far ripartire l’economia del Paese, indubbiamente.

Non bastasse questo, a rendere la situazione ulteriormente drammatica contribuisce la riforma delle Banche di credito cooperativo voluta da Matteo Renzi, la quale – secondo l’Associazione Generale delle Cooperative Italiane – sta portando verso “un modello di governance miope, con un accentramento delle principali funzioni di gestione di una banca (politica creditizia in primis), che distrugge il concetto di banca del territorio. Da piccole ed efficienti repubbliche autonome a semplici vassalli di un feudo che tende a soffocare le piccole realtà radicate” .

La direttiva della Commissione sui credit servicers si occupa invece dell’altra faccia della medaglia, cioè l’espropriazione dei beni dei creditori morosi, in particolare gli artigiani e i piccoli imprenditori che non reggeranno gli effetti del sistema delineato sopra.

L’esecutivo europeo, infatti, vorrebbe introdurre un obbligo per gli Stati membri di dotarsi di adeguati strumenti stragiudiziali per rendere più flessibile e rapido il sistema delle garanzie del credito, attraverso procedure di escussione che – inserite in apposite clausole contrattuali alla stipula dei finanziamenti – velocizzino fortemente la vendita dei collateral e diminuiscano i tradizionali sistemi di difesa dei debitori.

Sarebbe un ulteriore passo su un cammino che l’Italia già renziana ha iniziato a intraprendere da alcuni anni. Si ricorderà il “finanziamento alle imprese garantito da trasferimento di bene immobile sospensivamente condizionato” di cui all’art. 48-bis del Testo Unico Bancario, di cui si è già parlato in passato: canonizzazione del “patto marciano”, che differisce dal patto commissorio (accordo tra creditore e debitore con cui, nel caso di inadempimento di quest’ultimo, il bene diventa di proprietà del creditore), vietato dal codice civile, per il solo obbligo del creditore di versare al debitore la differenza tra il proprio credito ed il valore del bene. O l’art. 120-quinquiesdecies del TUB, che pur con qualche cautela estende il “patto marciano” anche al credito al consumo.

Va da sé che la proposta di Direttiva incentiva anche l’entrata sul mercato italiano degli Npl di società specializzate con base in altri Paesi UE. Gli avvoltoi sentono l’odore del banchetto, e iniziano a girare in tondo.