Padoan candidato a Siena nel segno di Mps

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Dunque Matteo Renzi ha proposto a “Pier Carlo Padoan di candidarsi in Toscana, nel collegio di Siena”. Con lui, infatti, è stata “affrontata la questione delle grandi crisi bancarie in una dimensione molto innovativa”, volta a salvare “non le banche, ma migliaia e migliaia di correntisti a cominciare da quelli di Siena”. Siena, “città simbolo di un grave problema bancario del passato che abbiamo risolto”.

Se a dirlo fosse semplicemente una persona con l’abitudine di rovesciare in modo anche impudico la realtà per cercare di cancellare gli errori passati (una specie di “cara, non è come pensi!” politico), non sarebbe neppure una questione da prendere in considerazione. D’altronde, a quali risultati porti questa strategia lo ha dimostrato proprio la Commissione di inchiesta sulle banche, voluta dal PD per affossare il PD. Il punto è che qui stiamo parlando del segretario di uno dei primi due partiti nazionali, oltre che di un dramma che ha mietuto tante vittime metaforiche e non. E allora intendiamoci per bene, una volta per tutte.

Negli ultimi venti anni il Monte dei Paschi è stato gestito da esponenti individuati dal centro-sinistra (DS e Margherita, poi PD) senese e toscano, con il placet di quello nazionale. Uno o due nominati dell’opposizione erano inoltre decisi direttamente dall’ala Verdiniana e Lettiana di Forza Italia, cioè dai fautori di un Patto del Nazareno (che a Siena si chiamava, sia pure con accezione assai più ampia, “groviglio armonioso”) quando a Roma per Nazareno si intendeva ancora solo un collegio.

Il dissesto del Monte dei Paschi discende, in prima istanza, proprio da alcune scelte di questi esponenti. In particolare, l’acquisto a prezzi folli di Banca Agricola Mantovana e di Banca del Salento sul finire degli anni Novanta e di Banca Antonveneta nel 2007-2008 sono il combinato disposto di interessi del PD (e antenati) locale (mantenimento del controllo su Mps) e del PD (e antenati) nazionale. Per Banca Agricola Mantovana, creare la provvista ai capitani coraggiosi che di lì a poco scaleranno Telecom; per Banca del Salento, creare consenso ad alcuni politici molto legati al territorio pugliese; per Banca Antonveneta, rifondere Santander (campione della finanza cattolica) per la “perdita” del Sanpaolo (nel frattempo fusosi con Intesa), ampliare verso nord-est la rete di interessi economico-politici della “banca rossa”, salvo se altri più inconfessabili e ancor meno dimostrabili.

Il colpo di grazia alla banca, infine, è venuto dall’enorme mole di crediti inesigibili accumulati negli anni, anche certo per una gestione clientelare del credito, ma per la maggior parte derivanti dalla crisi economica che ha sconvolto il nostro Paese per diretta responsabilità delle politiche di austerità del governo Monti, voluto e sostenuto dal PD (“La prima cosa che intendo dire all’Italia e all’Europa è che noi siamo quelli dell’euro, siamo quelli dei governi Prodi, Amato…, siamo quelli di Ciampi e Padoa-Schioppa”, Bersani nel 2012; “Per me bisogna assolutamente proseguire con l’agenda [di Monti]. Monti ha chiesto riforme radicali a cominciare dalla burocrazia. Questo governo non ha fatto molte cose perciò l’agenda va completata”, Renzi sempre nel 2012).

Renzi respingerebbe probabilmente queste critiche dicendo che lui non risponde di nulla di quanto accaduto prima del 2014 (secondo un tipico espediente da amministratore di scuola McKinsey). Mero espediente dialettico, ma prendiamolo per buono.

Tra luglio 2014 e luglio 2015 il Ministero del Tesoro, guidato da Padoan, permette a Mps di restituire i c.d. Monti bond e pagare la relativa cedola in azioni, il tutto al solo scopo di togliere di mezzo i limiti agli stipendi dei top manager della banca. L’impatto della manovra riduce di molto i benefici degli aumenti di capitale del 2014 e del 2015 (in totale circa 8 miliardi di Euro, raccolti con modalità extra-diluitive: il bail-in i piccoli azioni Mps lo hanno subito ben prima degli altri).

A ottobre 2015, addirittura prima di quanto previsto dalla Direttiva BRRD, Renzi introduce in Italia i principi del bail-in, di fatto privando le banche dell’unico asset veramente imprescindibile: la fiducia. I risparmiatori, colpiti da quanto successo alle 4 banche risolte a fine anno, immediatamente spostano ingenti quantità di depositi da banche ritenute in pericolo a banche ritenute più solide. Mps vede svanire giacenze per più di 10 miliardi di Euro. Per ovviare a questa situazione (ed ai conseguenti corsi di borsa ribassisti), Renzi e Padoan iniziano una campagna che nella migliore delle ipotesi può essere definita da piazzisti, nella peggiore integrare il reato di manipolazione del mercato. Renzi: “oggi la banca è risanata, e investire è un affare. Su Mps si è abbattuta la speculazione ma è un bell’affare, ha attraversato vicissitudini pazzesche ma oggi è risanata, è un bel brand. Forse in questo processo che durerà qualche mese deve trovare dei partner perché deve stare insieme ad altri”. Padoan: “il sistema bancario italiano è solido“).

Poi arriva il 2016. In una situazione di profonda crisi del sistema bancario italiano, Renzi: aspetta sei mesi prima di affrontare con un minimo di serietà la questione; a giugno pare raggiungere un accordo a livello europeo per un risanamento del sistema tramite bail-out ma fa saltare il banco pavoneggiandosi sui giornali; nel frattempo si inventa, insieme a Guzzetti ed a Penati, il Fondo Atlante, che all’atto pratico evita soltanto perdite ingenti a Unicredit e Intesa sugli aumenti di capitale delle banche venete, ma non salva né il Montepaschi, né tanto meno Popolare di Vicenza e Veneto Banca; si fida ciecamente di un impossibile piano presentato da JP Morgan (la banca auspice anche delle riforme costituzionali in Italia); a fine estate, quando capisce che tutto è perduto, rinvia la questione a dopo il referendum del 4 dicembre inventandosi nel frattempo presunti investitori qatarioti.

Allora la domanda vera è un’altra: uno che si è comportato così, come può anche solo pensare di candidare a Siena il suo Ministro delle finanze? La risposta è semplice: Padoan è colui che ha rimborsato per intero ai relativi detentori (ivi compresi i molti dirigenti della Banca che all’epoca lo piazzavano a ignari pensionati) il prestito subordinato da 2 miliardi di Euro emesso nel 2008 da Mps, senza porre limiti, veti e restrizioni come nel caso di Veneto Banca e di Banca Etruria. Non solo: Padoan potrebbe essere anche il prossimo Ministro delle finanze, cioè colui che potrà scegliere se mantenere la Direzione Generale di Mps a Siena oppure spostarla altrove, per esempio Milano.

Vedremo se gli elettori senesi continueranno a contentarsi delle briciole, o questa volta proveranno finalmente a sedersi a tavola.