E ora i professionisti devono anche lavorare gratis

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La notizia, di una gravità inaudita, è passata un po’ sotto silenzio, per cui è opportuno riprenderla nuovamente. In sostanza, secondo il Consiglio di Stato (sent. n. 4614 del 2017) è legittimo che il Comune di Catanzaro, causa mancanza di copertura finanziaria, abbia emesso un bando per la predisposizione di un nuovo piano regolatore che prevede incarichi professionali a titolo gratuito.

Secondo i giudici, infatti, la necessaria onerosità degli appalti pubblici di servizi non implica un corrispettivo, ben potendo risolversi anche in “un altro genere di utilità,pur sempre economicamente apprezzabile, che nasca o si immagini vada ad essere generata dal concreto contratto”. In sostanza: basta un certo ritorno di immagine a rendere onerosa una prestazione professionale.

La decisione si basa su tre assunti: (i) l’onerosità è richiesta, dalle direttive europee cui le norme italiane danno attuazione, al solo fine di tutelare la concorrenza, che non è certo disattesa per il solo fatto di permettere agli offerenti di comprimere il prezzo del servizio fino a zero; (ii) non a caso, sempre secondo la costante normazione e giurisprudenza europea, gli enti non profit – cioè senza alcun fine di lucro – sono assimilati alle imprese ed agiscono sul mercato senza particolari differenziazioni; (iii) sempre in quest’ottica non appare, al Giudice Amministrativo, inconferente “la pratica dei contratti di sponsorizzazione”, che evidenzia “il rilievo dell’economia dell’immateriale” (cioè il valore della famosa pacca sulla spalla).

La sentenza è proprio sbagliata in diritto: sebbene si tratti di norma entrata in vigore dopo l’emissione del bando in questione, non è infatti possibile non dare rilevanza all’art. 24, c. 8-ter, D. Lgs. n. 50 del 2016, ai sensi del quale “nei contratti aventi ad oggetto servizi di ingegneria e architettura la stazione appaltante non può prevedere quale corrispettivo forme di sponsorizzazione o di rimborso, ad eccezione dei contratti relativi ai beni culturali, secondo quanto previsto dall’articolo 151“. Ugualmente, sulla “deriva” del Terzo Settore si è già detto qualcosa in passato. Ma non è questo il punto.

Il punto vero è il totale capovolgimento dell’assetto costituzionale italiano, che fonda la Repubblica sul lavoro, a favore della concezione dei Trattati europei, che basano la loro architettura sulla sopraffazione dell’uomo sull’uomo (cioè sulla concorrenza).

In effetti, non è forse concorrenza perfetta quella che addirittura azzera il prezzo della prestazione? Resta tuttavia aberrante che i giudici di Palazzo Spada non si siano posti il problema se quella norma fosse stata scritta – o, quanto meno, potesse essere interpretata – nel senso di porre una garanzia a favore di una giusta retribuzione del professionista, nel solco di quanto previsto dall’art. 36 della Costituzione. Ma si sa, ormai il “consumatore” ha sostituito il “lavoratore” quale soggetto totemico di una certa intelligencija, con effetti di deflazione salariale devastanti.

Certo, l’art. 36 della Costituzione ha in mente i rapporti di lavoro subordinato; ma dovrebbe essere ormai patrimonio comune – del legislatore, dei magistrati, finanche degli elettori che invece molto spesso tendono a dividersi in conventicole l’una contro l’altra armata, disgraziati capponi di Renzo pronti per essere spennati – il fenomeno di proletarizzazione della maggioranza dei liberi professionisti e di buona parte dei piccoli imprenditori, i cui interessi economici (e, dunque, i cui bisogni di protezione) finiscono per coincidere in larga parte con quella dei dipendenti pubblici e privati.

Ma non solo. La stessa motivazione che ha portato alla stesura di un bando così aberrante discende da un’impostazione iperliberista estranea al nostro sistema giuridico: il Comune richiede servizi gratuiti perché, causa vincoli di bilancio, non ha i soldi per pagarli. Il fiscal compact non colpisce solo i poveri, negando loro l’accesso alle cure, oppure a un’istruzione seria; il fiscal compact colpisce anche ceti fino a ieri relativamente abbienti, appunto rendendoli poveri. Si sente spesso molti professionisti sproloquiare sullo Stato ladro, o la spesa pubblica improduttiva: se questa sentenza aprirà gli occhi a qualcuno di loro, uno stupro del diritto non sarà avvenuto invano.

Certo, poi fatalmente succede che le utilità immateriali (che, secondo il Consiglio di Stato, devono essere “legittime”) divengono un po’ più materiali, con conseguente interessamento della magistratura, questa volta penale. E si ricomincia da capo: la corruzione, la casta e la cricca, le privatizzazioni (tra parentesi, più si riduce il perimetro del pubblico e più le occasioni di corruttela aumentano, ma questo alle anime belle del liberismo nostrano pare sfuggire spesso).

Ma questo circolo vizioso – vincoli di bilancio di matrice europea, mancanza di risorse agli enti locali, impossibilità di nuove assunzioni e conseguente necessità di rivolgersi a professionisti esterni, impossibilità di pagare tali professionisti, concorrenza spietata fino addirittura al lavoro gratuito – ha anche un altro effetto deleterio, assolutamente voluto. Concorre alla diuturna distruzione delle professioni intellettuali, insieme alle liberalizzazioni dementi in campi dove non hanno alcun senso (quello notarile su tutti), insieme alle deliranti riforme degli albi, insieme ad un sistema fiscale intollerabile e punitivo.

“I professionisti sono l’élite della classe media. La classe media rende il potere contendibile. Élite e classe vanno distrutti. Semplice”. Letto in un tweet. Niente di più esatto.