Contr’Appunti – Di Maio in peggio

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La notizia di questi giorni è la designazione di Di Maio, da parte di Grillo e Casaleggio, quale premier in pectore del Movimento 5 stelle (cerco di essere pratico).

Sebbene i segnali di risveglio provenienti da Berlusconi lascino intravedere un probabile futuro a base di Patto del Nazareno (con Gentiloni o Minniti al posto di Renzi, ormai troppo detestato per essere vero), il giovanotto pentastellato resta comunque – in questo disgraziato Paese che sta perdendo tutto, ivi compresa una decente legge elettorale – un candidato assai accreditato.

Capire Di Maio, allora, non è forse un esercizio inutile. Poiché, tuttavia, il giovanotto rappresenta il niente – dunque solo se stesso – investigare su di lui significa in ultima analisi investigare il Movimento 5 Stelle. Dove c’è tutto. E anche il contrario di tutto.

Sull’Unione Europea e l’Euro, “la… posizione [del Movimento] è rimasta la stessa: abolizione del fiscal compact, del MES e delle altre misure di austerity, con un supporto particolare ai Paesi del Mediterraneo, e gli Eurobond. Se non accettano, parola ai cittadini con referendum sull’Euro“ (ipse dixit a Cernobbio). Cioè, detto in altri termini, proporre di abolire una cosa che invece verrà rafforzata (il Meccanismo Europeo di Solidarietà, nella visione di Schäuble, dovrebbe poter intervenire a favore degli Stati in tutti i casi di congiunture negative, non solo di fallimento), di istituirne un’altra che la Germania aborre (Merkel ha ribadito il no agli Eurobond) e di ricattare i partner con lo spauracchio di un referendum se va bene inutile, se va male incostituzionale. Effettivamente, una grandissima strategia. Davvero.

Sul Jobs Act, Beppe è contrarissimo! Ma scherziamo? E infatti, alla prima occasione utile, piazza un bell’accordone col PD per eleggere alla Corte Costituzionale non solo Modugno e Barbera (all’epoca indagato, oltre che grande sostenitore della riforma costituzionale Boschi), ma anche e soprattutto Giulio Prosperetti, uno che – in tempi non sospetti – scriveva cose di questo genere: “nel prossimo futuro è ipotizzabile un assetto totalmente diverso rispetto alla tradizionale ripartizione in assistenza, previdenza e retribuzione sinallagmatica… In questo contesto è prevedibile che si arrivi a modelli di sicurezza sociale dove la retribuzione erogata dalle imprese non sia sufficiente al tenore di vita dei Paesi sviluppati, sicché, ove si vogliano mantenere determinare produzioni in Europa, si dovrà necessariamente ricorrere ad integrazioni del reddito dei lavoratori impiegati in aziende esposte alla concorrenza…“.

Non solo in una visione del genere è già contenuto in nuce tutto il Jobs Act (insicurezza, precarizzazione, deflazione salariale al di sotto della sussistenza in violazione dell’art. 36, Cost.), ma vi è anche esposto il chiaro rapporto fra “riforme strutturali” (cioè deflattive nei confronti del lavoro, tanto care al PD e alla BCE) e “reddito di cittadinanza”. Se non puoi aggiustare il prezzo tramite svalutazione della moneta (perché dopo cinque anni stai ancora organizzando un referendum assurdo), devi per forza svalutare il lavoro; ma siccome gli esseri umani hanno ancora il problema di dover mangiare giornalmente e ripararsi dal freddo, è necessario che lo Stato intervenga a sussidiarli (o, meglio, a sussidiare le imprese che di questo sistema, in ultima analisi, si avvantaggiano).

L’idea di politiche keynesiane con l’obiettivo della piena occupazione neppure li sfiora. D’altronde, per dirla sempre con Di Maio (edizione 2016), “lo Stato non deve illudersi di poter controllare i mercati”. Pensi piuttosto al colore delle strisce pedonali.

D’altronde, il sistema macroeconomico di riferimento del Movimento è fatto di sobrietà (leggi: riduzione del reddito disponibile in funzione anti-inflattiva), lotta alla corruzione e agli sprechi e in generale al debito pubblico (cioè riduzione della spesa pubblica e dei conseguenti servizi, a favore di una privatizzazione sempre più estesa del welfare), decrescita felice (in altri termine: impoverimento di ampi strati della popolazione). In sostanza, lo stesso programma dei leader UE, della BCE, del PD.

Però nel Movimento 5 Stelle sono onesti! Forse staremo tutti un po’ peggio, ma una nuova eticità pervaderà le lande italiche! Il gatekeeping perfetto: malessere e dissenso imbrigliato entro un inutile moralismo, livore sociale e auto-razzismo utilizzati come benzina sul fuoco per produrre consenso intorno a riforme che nemmeno Mario Monti. E, per di più, il consenso dei principali danneggiati!

Mi viene in mente una domanda retorica di Andrea Lignini: “cosa sareste disposti a sacrificare, in nome dell’onestà?”. Lo scopriremo presto.