Contr’Appunti – L’austerità resta solo in Italia

L'arretratezza culturale del PD.

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marianna madia

Qualcuno ricorderà, probabilmente, le “lacrime di coccodrillo” versate circa un anno fa – sotto forma di report del proprio organo indipendente di controllo – dal Fondo Monetario Internazionale sulla gestione della crisi greca. Sull’altare del salvataggio dell’Area Euro (o, se si preferisce, del recupero crediti da parte delle banche tedesche e, principalmente, francesi) fu sacrificato un intero Paese, vittima di politiche deflazionistiche e pro-cicliche, errori di programmazione ed esecuzione, previsioni ex ante a dir poco ottimistiche.

In realtà, come stessero le cose il FMI l’aveva sempre saputo. Alberto Bagnai – nella primavera del 2015, cioè con un certo anticipo rispetto ai soloni del Fondo – ha sottolineato una clausola del Programma del 2012 cui la Grecia si sarebbe dovuta piegare per ottenere un’estensione dei finanziamenti del Fondo: “nel caso in cui l’attuazione del programma richieda più tempo oppure soffra di un minor grado di intensità, o il sistema economico richieda più tempo per rispondere alle riforme del mercato del lavoro…, o i moltiplicatori fiscali siano più alti…, una recessione più profonda e una traiettoria del debito molto più elevata sarebbe un risultato probabile”. Oggi diremmo certo, considerando che il moltiplicatore stimato dal Fondo era di 0,5, mentre quello mediamente ritenuto valido dalla letteratura scientifica dell’epoca era di 1,5.

Non solo, Vítor Constâncio, Vice Presidente della Banca Centrale Europea, già nel 2013 (e proprio ad Atene!) mostrava come la crisi dell’Area Euro fosse essenzialmente una crisi di debito privato: i recenti terremoti bancari, anche italiani, hanno dimostrato come questa lettura fossa più che corretta.

A questa presa di coscienza (sporca) si salda la recente polemichetta – in chiave elettorale – sul “pareggio di bilancio” e sulla “dubbia costituzionalità” del Fiscal Compact, di cui abbiamo recentemente parlato.

Bene. In questo clima caldissimo (da tutti i punti di vista), la Ragioneria dello Stato ci informa che “nel 2015, rispetto al 2009, l’anno in cui la spesa è stata massima, sono stati spesi per il pubblico impiego circa 12,6 miliardi in meno”, cioè – per dirla in modo chiaro – sono stati pagati quasi 13 miliardi di stipendi in meno ai dipendenti pubblici (e alle loro famiglie). La Madia, a giudicare dalle photo opportunity, si è intestata questo bel risultato (forse non ricordandosi che gli insegnanti sono – o erano? – il principale bacino di voti del PD): basterebbe questo per chiederne le dimissioni, se non ci ricordassimo della figura barbina dei decreti delegati di riforma della Pubblica Amministrazione, prima oggetto di una specie di pamphlet da parte del Consiglio di Stato, poi di una sonora bocciatura della Corte Costituzionale.

Ma non basta. Con spettacolare mancanza di tempismo, è esplosa l’ulteriore polemica fra Yoram Gutgeld, commissario alla Spending Review (che ha parlato di tagli alla spesa per 60 miliardi in due anni), ed un nutrito gruppo di giornalisti ignari di macroeconomia ma ben retribuiti da primarie multinazionali (che hanno ridotto i “risparmi” a un paio di miliardi, essendo gli altri fondi stati utilizzati per “finanziare alcune delle misure a sostegno della crescita e dell’occupazione”, leggi i famigerati 80 Euro e i bonus alle imprese collegati al Jobs Act).

Come al solito, tutte le parti in causa si sono ben guardate dal sollevare il punto principale della questione, cioè la decisione tutta politica di tagliare personale pubblico (e dunque funzioni pubbliche) e spese pubbliche (tramite appalti al massimo ribasso) per favorire determinate imprese, quelle cioè maggiormente votate all’export (che più delle altre beneficiano di una diminuzione del costo del lavoro), secondo un cliché che ormai si ripete da quasi un decennio senza alcun risultato positivo concreto.

E allora viene da pensare che non si tratta di malafede, di intelligenze con lo straniero, di supina acquiescenza al verbo liberista, bensì di una fondamentale arretratezza culturale e di una mancanza degli strumenti minimi per la gestione del governo di un Paese come l’Italia.

Sono unfit. Cacciamoli quanto prima.