Da JpMorgan a Panebianco: eversione a mezzo stampa

Perché una banca d'affari, un economista e un politologo sentono tutti il bisogno impellente di spazzare via le tutele sociali garantite dalla Costituzione?

2459
jp morgan chase

La scorsa settimana Angelo Panebianco, sul Corriere, ha rotto senza tanti giri di parole uno dei principali tabù della storia repubblicana, quello della intangibilità della Prima Parte della Costituzione.

Con grande onestà, ma anche intenso rammarico, il politologo riconosce non solo l’intima coerenza della Carta in tutte le sue parti, ma anche la sostanziale contrarietà – se non alle sue norme – quanto meno al suo spirito di quasi tutte le principali riforme degli ultimi governi. Sia di quelle varate (Jobs Act, riforma della Pubblica Amministrazione), sia di quelle buone per tutte le campagne elettorali (flat tax, leggi elettorali più o meno maggioritarie). E dunque prende il toro per le corna: altro che parziali interventi sulla Seconda Parte, come nella proposta Renzi sonoramente bocciata a dicembre 2016, agiamo direttamente sui Princìpi!

Si tratta delle stesse censure (e delle stesse vagheggiate soluzioni) mosse, dalle colonne del Sole24Ore, dall’economista De Grauwe, il quale – in un articolo di cui si è già parlato – insisteva sulla resistenza della Costituzione italiana a tentativi di “riforme strutturali” del mercato del lavoro (e di quello pensionistico) a fini di deflazione salariale.

Non a caso Panebianco propone, sia pure sotto forma di boutade, di modificare proprio l’ispirazione lavoristica della Costituzione, fondando la Repubblica non più, appunto, sul lavoro, ma sulla libertà. Intesa (in senso vetero-liberale) come “libertà di” e non (in senso progressista) come “libertà da” (dal bisogno, dalle costrizioni economiche, dalle differenze sociali). Anzi, si potrebbe sospettare che una delle prime norme su cui Panebianco metterebbe le mani sarebbe proprio l’art. 3, c. 2.

Molti intellettuali ed anche alcuni politici come Marco Zanni hanno immediatamente protestato sui social network che l’editoriale di Panebianco è, letteralmente, eversivo, nel senso etimologico del termine. Cambiare quelle poche norme, infatti, comporterebbe un rovesciamento di prospettiva tale da ribaltare il senso stesso del dettato costituzionale. Che è poi quanto – sempre sul Corriere – ha con molta misuratezza ricordato il prof. Onida il quale, notando come le norme in questione non potrebbero di certo essere riscritte con il procedimento di revisione costituzionale di cui all’art. 138, parla della necessità di “riaprire in radice un processo costituente”, cioè un processo volto a oggettivamente a sovvertire l’attuale ordinamento.

Siamo dunque a questo punto, di discutere pacatamente della possibilità di sovvertire la Repubblica al fine di permettere riforme volte alla deflazione salariale oppure modifiche fiscali di favore per i redditi maggiormente elevati.

Di mettere cioè in atto non soltanto una specie di Piano di Rinascita Democratica – che sarebbe non solo un riferimento talmente ovvio da risultare frusto, ma oltre a questo tutto sommato meramente folkloristico – ma anche e soprattutto le indicazioni del vero deus ex machina di tutta la politica del Partito Democratico da Renzi in poi, cioè JpMorgan. Che – molti lo ricorderanno – già nel 2013 scriveva papale papale: “quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica. Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei Paesi del Sud, e in particolare le loro Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea“.

Ma terminare qui il discorso sarebbe fuorviante. Resterebbe infatti inevasa la domanda principale. Cioè: perché. Perché una banca d’affari, un economista e un politologo sentono tutti – con invidiabile unità di intenti – il bisogno impellente di spazzare via le tutele sociali garantite dalla Costituzione? Perché, per soggetti così diversi per professione, cultura, ideologia, è tanto vitale l’introduzione di meccanismi di deflazione salariale?

Perché tutti questi soggetti, per un motivo o per l’altro, difendono usque ad sanguinem l’Euro. E l’Euro – non permettendo recuperi di competitività mediante aggiustamenti del cambio – impone che tali recuperi avvengano mediante aggiustamenti (al ribasso) del costo del lavoro. Per dirla con il prof. Bagnai, “chi vuole l’euro vuole l’austerità, cioè la disoccupazione competitiva usata come leva per svalutare il lavoro”, e chi vuole l’austerità non vuole la Costituzione Repubblicana.

As simple as that.