Il 20 maggio di 20 anni fa, morì in via Salaria Massimo D’Antona consulente dell’allora ministro del lavoro Antonio Bassolino, raggiunto da cinque colpi d’arma da fuoco. Un assassinio messo a segno dalle nuove Brigate Rosse che in realtà avevano programmato di entrare in azione già due giorni prima. Ma il 18 l’agguato saltò per la presenza in strada di una troupe cinematografica, il 19 invece D’Antona uscì di casa in un orario diverso dal solito. Quell’omicidio rivendicato con un documento siglato Br-Pcc costrinse magistrati e investigatori a studiare daccapo l’evoluzione di un’organizzazione terroristica che tutti pensavano fosse stata smantellata verso la fine degli anni Ottanta. L’inchiesta si rivelò più complicata del previsto. Si tornò a esaminare sotto una diversa ottica gli attentati alla Confindustria del ’92 e al ‘Nato Defence College’ del ’94 firmati dai Nuclei comunisti combattenti Ncc e a rispolverare dagli archivi i nomi di alcuni soggetti come quelli di Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi nel frattempo finiti in clandestinità, di cui non si era più saputo niente. Il primo arresto quello di Alessandro Geri tecnico informatico sospettato di essere il telefonista dei brigatisti, fu del 16 maggio del 2000. Undici giorni dopo l’indagato venne scarcerato dal gip su richiesta della stessa Procura un ragazzino che sosteneva di aver visto Geri chiamare da una cabina telefonica, non fu in grado di riconoscerlo con certezza. L’anno successivo sul registro degli indagati per l’agguato di via Salaria vennero iscritti i nomi di Sabrina e Norberto Natali e Rita Casillo, esponenti del movimento denominato Iniziativa Comunista finiti in manette assieme ad altri cinque militanti il 3 maggio del 2001. Ma anche qui fu decisivo l’esito negativo di un altro confronto all’americana, un testimone che riteneva di aver riconosciuto in alcune foto e filmati Casillo come la donna presente in via Salaria con un k-way nero e un cappellino blu da baseball, indicò un’altra persona. La pista di Iniziativa Comunista cominciò così a perdere di spessore ma svanì del tutto soltanto quando il 19 marzo del 2002, a Bologna, fu ucciso il professor Marco Biagi con modalità analoghe a quelle usate dai killer per eliminare D’Antona. L’arma utilizzata dal commando tanto per cominciare era la stessa. La vera svolta investigativa però, fu datata 2 marzo 2003 quel giorno sul treno Roma-Firenze fermo in località Castiglion Fiorentino alla richiesta degli agenti della Polfer di mostrare i documenti Galesi e Lioce aprirono il fuoco uccidendo il sovrintendente Emanuele Petri e ferendo gravemente il suo collega Bruno Fortunato. Nella sparatoria sul treno anche Galesi perse la vita. Lioce invece fu arrestata e gli investigatori analizzando il suo palmare ebbero modo di recuperare documenti scottanti che contenevano i futuri obiettivi da colpire le risoluzioni strategiche e altro materiale che collegava senza alcun dubbio i due militanti alla sigla nuove BR e di conseguenza agli omicidi D’Antona e Biagi. Per la morte a Roma del giuslavorista, il gup rinviò a giudizio 17 persone, sette delle quali per l’omicidio. Le prime sentenze arrivarono nella primavera del 2005: il primo marzo il gup Luisanna Figliolia al termine del giudizio abbreviato, inflisse l’ergastolo a Laura Proietti e 20 anni di reclusione a Cinzia Banelli. L’8 luglio invece fu la corte d’assise di Roma a condannare al carcere a vita Lioce, Roberto Morandi e Marco Mezzasalma, infliggendo pene più basse per gli altri imputati che rispondevano a vario titolo di banda armata, associazione eversiva e rapina; 9 anni a Paolo Broccatelli assolto dall’omicidio, 9 anni e 6 mesi a Diana Blefari Melazzi, 4 anni e 8 mesi a Federica Saraceni, anche lei scagionata dal delitto di via Salaria, 5 anni e 8 mesi a Simone Boccaccini, 5 anni e mezzo a Bruno Di Giovannangelo e, ai quattro detenuti cosiddetti ‘irriducibili’, che dal carcere di Trani avevano rivendicato l’omicidio predisponendo le bozze del documento firmato Br-Pcc, Michele Mazzei, Antonino Fosso, Francesco Donati e Franco Galloni. Assoluzione per Alessandro Costa Roberto Badel e i fratelli Fabio e Maurizio Viscido. L’impianto accusatorio della procura di Roma superò anche il vaglio dei giudici di appello e di Cassazione. Vennero confermati gli ergastoli per Lioce, Morandi e Mezzasalma le condanne per Broccatelli, sempre assolto dall’omicidio Di Giovannangelo e Boccaccini. La militante Blefari Melazzi che rispondeva di associazione sovversiva e detenzione di esplosivi, ottenne uno sconto di pena pari a due anni mentre, Costa Badel e i quattro ‘irriducibili’ di Trani, vennero del tutto scagionati. Di una riduzione della condanna beneficiarono invece Proietti, 20 anni, che aveva ormai ripudiato la lotta armata e Cinzia Banelli, 12 anni, nel frattempo riconosciuta pentita attendibile. Ebbe un esito sorprendente invece il percorso giudiziario di Federica Saraceni: la Cassazione il 28 giugno 2007 le aveva confermato la condanna a 4 anni e 8 mesi di reclusione per banda armata ma, l’anno dopo, il 4 aprile 2008, fu la corte d’assise d’appello a riconoscerla colpevole dell’agguato al giuslavorista e la condannò per l’omicidio a 21 anni e mezzo di carcere diventati definitivi il 18 febbraio 2009. Un destino ancor più tragico toccò il 31 ottobre 2009, a Blefari Melazzi che la Cassazione giorni prima aveva condannato all’ergastolo per il delitto Biagi, vicenda alla quale l’imputata riteneva di essere estranea. La militante, che era detenuta nonostante versasse in gravissime condizioni psichiche, si impiccò nella sua cella di Rebibbia non appena ricevette la notifica del provvedimento della Suprema Corte. E l’anno successivo, a togliersi la vita, fu il poliziotto ferroviario Bruno Fortunato. Non si era più ripreso da quando il miglior amico Emanuele Petri morì per mano di Galesi.