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Otto ore di lavoro, otto ore di svago e otto di riposo, fu questa la parola d’ordine coniata in Australia nel 1855 e condivisa da gran parte dal movimento sindacale. Si aprì così la strada a rivendicazioni generale in cerca di un giorno, il 1 maggio appunto, dove tutti i lavoratori potessero incontrarsi per esercitare una forma di lotta per affermare la propria autonomia indipendenza.

La pagina più sanguinosa della festa del lavoro è la strage di Portella della Ginestra, dove due mila persone del movimento contadino si diedero appuntamento il 1 Maggio 1947 per festeggiare la fine della dittatura e il ripristino della libertà dopo anni di sottomissione a un potere feudale. La banda Giuliano fece fuoco tra la folla provocando undici morti e oltre cinquanta feriti. La CGIL proclamò lo sciopero generale e punto il dito contro la volontà dei latifondisti siciliani di soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori.

Le trasformazioni sociali il mutamento delle abitudini, hanno profondamente cambiato il significato di una ricorrenza che aveva sempre esaltato la distinzione della classe operaia. Il modo di celebrare il 1 Maggio è quindi cambiato nel corso degli anni. Da diversi anni, CGIL, CISL e UIL, hanno scelto di celebrare la giornata promuovendo la manifestazione nazionale dedicata ad uno specifico tema. Dunque buona festa dei lavoratori, W il 1 Maggio, ma restano tante domande da rivolgere alle compagini istituzionali di governo alle quale andrebbe il merito del ricordo, delle belle parole di circostanza ma non delle soluzioni. Se pur lontani da quei principi ormai sbiaditi, il ricordo inevitabilmente cade su Peppino Di Vittorio.