Alla convocatoria dei comizi locali da parte del CNE (Consiglio Nazionale Elettorale), i cittadini hanno dimostrato scetticismo e disincanto. Infatti, anche se le elezioni hanno dato la vittoria al partito di Maduro, dopo la pubblicazione dei risultati ufficiali è spuntata la vera vincitrice: l’astensione.

Alle municipali la partecipazione non è andata oltre il 47% (la più bassa se confrontata ai comizi degli anni recenti). Secondo i numeri ufficiali il partito di governo ha vinto in 300 su un totale di 335 comuni. Il risultato non dimostra alcun consenso della popolazione nei confronti di Maduro poiché è impossibile misurare la preferenza dei venezuelani in uno scenario elettorale governato dalla parzialità di un arbitro imposto da Maduro e il conseguente disincanto della maggioranza dei venezuelani i quali, anziché legittimare un sistema elettorale manipolato, preferiscono mantenersi alla larga.

Inoltre, le recenti fratture nell’opposizione venezuelana, divisa in almeno due blocchi, hanno reso più confuso l’ambiente. I venezuelani non sapevano più se era giusto partecipare o meno. Da una parte c’era chi esortava a votare per “non cedere più spazi” al regime autoritario di Maduro; dall’altra, si chiamava a “non votare” perché votare comportava “legittimare un regime totalitario che vorrebbe dimostrarsi democratico davanti al resto del mondo”. L’opposizione non è riuscita a compattarsi davanti la sfida, non c’è stata la volontà politica e finora non riesce a interpretare il malcontento di oltre 70% dei venezuelani che vuole l’uscita di Maduro dal potere.

Il giorno dopo le elezioni, mentre Maduro e i militari festeggiano, i democratici venezuelani si ritrovano a fare i conti con una bruciante sconfitta elettorale. Domani però dovranno fare i conti con la storia e spiegare come mai, in alcuni casi, una crisi umanitaria non basti a sensibilizzare la classe dirigente perché superi le proprie differenze nel perseguimento della libertà.

Non c’erano abbastanza motivi per rimanere uniti? Forse, in questi casi, porre la parola fine alle carestie, alla violenza e infine alla crisi che ogni giorno uccide bambini, anziani e migliaia di persone innocenti passa a un secondo quando di mezzo c’è un partito, il proprio posto e il proprio interesse.

Saltare certi appuntamenti con la storia è un suicidio per la vita politica di un paese. L’opposizione venezuelana infatti, non è stata sconfitta da Maduro, si è suicidata trascinando con sé le speranze di un paese. L’alternativa? Ripartire da zero.

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Estefano Soler Tamburrini, nato il 25.08.92. Ex dirigente studentesco nel ‘Movimiento Estudiantil’, Venezuela.(2014-2015)
Studente di Scienze Politiche, Sociali e Internazionali all’Università di Bologna (2016 – oggi)