E’ ovviamente una storia vera quella narrata nel film “A United Kingdom”. E contemporaneamente l’ultima epica, oggi si direbbe narrazione, della presidenza di Obama dentro a Hollywood. Una specie di “Indovina chi viene a cena” all’incontrario, ambientata ai tempi delle prime lotte contro il colonialismo inglese tra la Gran Bretagna e quella che diventerà la repubblica del Botswana. Confinante con l’ingombrante Sudafrica di Mandela e De Klerk da una parte e con i propri ancora da scoprire giacimenti di uranio e diamanti dall’altra. La classica storia d’amore tra un erede al trono di colore mandato a studiare a Londra e una dattilografa inglese bianca. Una storia osteggiata tanto dalla tribù di lui quanto dalla famiglia di lei. E che invece sfiderà la storia e il razzismo per coronare un amore più o meno a lieto fine all’ombra appunto di quello che sarebbe diventato il Commonwealth due punto zero.

La vulgata da note di regia ci racconta la trama così: nel 1947, l’erede al trono del futuro Botswana Seretse Khama incontra l’impiegata inglese Ruth Williams a Londra. La loro unione interraziale sfociò nel matrimonio, “nonostante l’opposizione di entrambe le famiglie, del governo britannico e di quello sudafricano. Seretse e Ruth negli anni lottarono per il loro amore, anche contro minacce e ripercussioni politiche, migliorando la condizione delle donne e cambiando in meglio la propria nazione”. Ma se la storia di Mandela, anche quella cinematografica, è tutta incentrata sulla lotta clandestina, la prigione e la sofferenza del popolo sudafricano, quella di Seretse Khama, molto più lucidamente, ci racconta i reciproci compromessi tra la corona britannica e quella del paese protettorato in questione per tenere l’ordine pubblico e per mediare tra le spinte delle multinazionali americane per trivellare e sfruttare il suolo e le legittime aspirazioni non solo della popolazione locale ma anche dello United Kingdom per conservare parte della ricchezza di questo stato che nel film appare come una savana piena di leoni e di baracche piene di gente di colore.

Con lo zio reggente di Seretse che ostacola il matrimonio con la donna bianca in maniera uguale e contraria a quanto le autorità inglesi e a famiglia di lei si oppongono al fatto che Ruth impalmi un uomo di colore, sia pure di sangue reale e riconosciuto dalla corona.
In un primo momento Seretse sembra volere abdicare al trono come avvenne già in Inghilterra negli stessi anni che precedettero la seconda guerra mondiale per il legittimo erede a favore del fratello balbuziente. In realtà il re che ha studiato all’estero e ha riportato in patria una regina bianca non ha alcuna intenzione di cedere il potere alle tribù dello zio e quindi fomenta la popolazione a non essere razzista contro i bianchi. E pertanto a non imitarli. Per la cronaca le riprese del film sono iniziate a ottobre 2015 tra Londra e il Botswana, con l’uscita nelle sale prefissata per il 2016 in concomitanza con il 50º anniversario dell’indipendenza del Botswana.

Ma la pellicola è avvincente, non esalta troppo il lato propagandistico del cameo politically correct, anche se sembra fatta apposta per salutare con un epitaffio hollywodiano gli otto anni di presidenza obamiana d’America. Infatti è stato presentato in anteprima al Toronto International Film Festival ed è stato il film d’apertura del 60º London Film Festival.
Poi è stato distribuito nelle sale cinematografiche britanniche il 25 novembre 2016, data dell’indipendenza del Botswana, mentre in quelle italiane è in cartellone dal 2 febbraio 2017. Tra parentesi il film non è stato neanche doppiato male e questa di per sé è già una notizia buona con i tempi che corrono.

Il Botswana nel 1947 si chiamava Bechunaland ed era un protettorato britannico. Il Sudafrica confinante era invece una colonia vera e propria. Una bella differenza.
Anche perché il Sudafrica stava vivendo la stagione dell’apartheid che rischiava di contagiare tutti gli stati e staterelli limitrofi. Cosa che a Londra non piaceva neanche un po’.
E’ stato giustamente scritto nel blog “Southtravelling”, specializzato come tour operatore dell’Africa meridionale, che “il film è solenne ma non pomposo, celebrativo ma non ridicolo né scontato”. E che “la musica accompagna e sottolinea” il tutto mentre “le giraffe corrono veloci nei paesaggi infiniti…”

Insomma un’ ottima maniera per convincere le persone a comprarsi il pacchetto all inclusive, safari compreso. Senza tanti complessi di colpa, visto che il Botswana alla fine è diventata una repubblica senza passare per la guerra civile e l’apartheid. Anche se poi il re erede al trono che si sposa la regina bianca stranamente diventerà anche il primo presidente della neo dichiarata repubblica. Il tour operator di cui sopra vende il tutto come “una Mia Africa più irruente per uno spettatore disabituato ai ritmi troppo slow anni ottanta”. Sarà sicuramente anche così, ma a dire il vero i 120 minuti di film ci portano nella dimensione assai più accattivante differentemente dai film agiografici sulle lotte di liberazione. In qualunque forma esse si siano sviluppate.