L’Unione Europea è in crisi. Non si tratta della crisi economica del 2008 dalla quale si esce con tanta fatica, ma di una crisi strutturale dovuta alla carenza di un processo decisionale concreto al momento di dare una forma più rilevante a questa via di mezzo che chiamiamo “Unione”, nella quale non c’è una chiara linea di confine tra le competenze dei singoli stati e quella comunitaria.

Il problema dei rifugiati è l’ennesima prova di questa crisi messa in evidenza durante il dibattito degli ultimi giorni. Le fragilità dell’Unione Europea sono state messe alla luce del sole dal momento in cui Salvini (attuale ministro degli interni) decide di non accogliere la nave Aquarius che trasportava oltre 600 migranti. Tale fragilità è diventata allarmante con il botta e risposta tra Macron e il nostro governo, nel quale non si è andati oltre alla difesa dei propri confini.

Se sommiamo anche gli esempi  della Slovacchia, dell’Ungheria e di altri membri sempre presenti al momento di ricevere i fondi e mai disponibili al momento  di assumere dei doveri inerenti alla loro permanenza nell’Unione, capiamo che la Comunità Europea – per adesso – è solo la somma dei diversi stati che la compongono e nulla di più. Un’altro esempio lo abbiamo nella politica dell’Unione Europea verso il resto del mondo: casi come quello della Turchia dimostrano l’irrilevanza di una decisione comunitaria quando gli stessi Stati che la sostengono fanno tutto il contrario.

A rendere più complicata la situazione sono gli stessi vertici dell’Unione Europea, incapaci di interloquire con i cittadini attraverso i propri canali. Purtroppo, stiamo parlando di una sovrastruttura muta, incapace di rivendicare quei meriti che molti attori politici – anche “europeisti” – attribuiscono a sé stessi per aumentare il proprio consenso. Allo stesso tempo, l’assenza di una comunicazione politica chiara e fluida, impedisce ai rappresentanti europei di difendersi dalle accuse che quotidianamente lanciate nei confronti delle istituzioni comunitarie. Se dall’UE aspettano che i cittadini capiscano da soli quanto conviene mantenere in piedi l’Unione, sbagliano ancora: in tempi di disinformazione questo non succederà.

E’ un momento chiave nel quale, l’Unione Europea attraversa un vuoto di leadership che, nel contempo, viene colmato dai movimenti populisti i quali fanno leva proprio sui dibattiti che l’UE non riesce a dominare. Tali movimenti populisti non sono altro che la reazione a un’unione troppo accelerata a livello economico (fino al punto di forzarla) e molto lenta a livello politico, composta da una classe dirigente autoreferenziale che non fa altro che favorire l’euroscetticismo di chi non capisce dove lo stanno portando.

L’errore è stato quello di pretendere che l’Unione Monetaria sostituisse il senso identitario che lega il cittadino alla propria comunità politica. Si vuole salvare l’Europa? bisogna raddrizzare il percorso e porre tutti gli sforzi necessari nella costruzione di una società civile europea fondata su simboli e valori condivisi che mantengano in piedi l’Europa dei diritti e aprano le porte a quella dei doveri.