Donald Trump ne ha combinata un’altra delle sue. Quando tutto il mondo va in una direzione, il tycoon deve andare dalla parte opposta, controcorrente. Il presidente americano già in altre occasioni ha fatto prevalere l’interesse nazionale sulle iniziative multilaterali condivise e sviluppate assieme ad altri stati. Ciò è avvenuto nel caso dell’accordo sul clima di Parigi da cui Trump decise di uscire appena diventò presidente (e chi se ne frega se gli Stati Uniti insieme alla Cina producono il 50 % delle emissioni globali di Co2) ma lo stesso è accaduto proprio pochi giorni fa quando il presidente ha annunciato che gli Stati Uniti usciranno dall’accordo Onu sui migranti perché “le decisioni sull’immigrazione devono essere prese dagli americani e solo dagli americani”. Questa volta però la volontà unilaterale del presidente americano rischia seriamente di mettere in pericolo un fragile equilibrio in una regione del mondo che da decenni è turbata da tensioni e conflitti.

La Casa Bianca ha fatto sapere che l’ambasciata americana in Israele verrà spostata da Tel Aviv a Gerusalemme. L’annuncio formale del presidente americano dovrebbe arrivare oggi, tuttavia lo spostamento effettivo potrebbe richiedere mesi se non anni. Il presidente americano ha comunicato per telefono la sua decisione agli attori principali della politica araba, a partire dal presidente palestinese Abu Mazen il quale ha avvertito il tycoon “dei pericoli di una tale decisione sul processo di pace, sulla sicurezza e la stabilità nella regione e nel mondo”. Abu Mazen ha poi telefonato al presidente russo Vladimir Putin e a papa Francesco per informarli della decisione del presidente statunitense. Le fazioni palestinesi hanno indetto “3 giorni di collera”, da mercoledì a venerdì, per protestare contro lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Trump ha telefonato anche al re giordano Abd Allah II e al presidente egiziano Al-Sisi che con irritazione e preoccupazione hanno accolto la decisione del presidente americano. La notizia è stata commentata anche dai pezzi da novanta della regione. Il presidente turco Erdogan ha definito lo status di Gerusalemme “una linea rossa per l’Islam” e ha minacciato che se l’ambasciata americana verrà trasferita, la Turchia romperà (di nuovo) le relazioni diplomatiche con Israele. Il ministro degli esteri dell’Arabia Saudita ha espresso “seria e profonda preoccupazione” per un eventuale riconoscimento americano di Gerusalemme come capitale di Israele perché ciò “irriterebbe i sentimenti musulmani nel mondo”. Nessuno condivide la decisione di Donald Trump, nemmeno i suoi alleati europei. Federica Mogherini, l’alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, ha dichiarato che “l’Ue sostiene la ripresa di un significativo processo di pace verso la soluzione dei due Stati. Qualsiasi azione che possa minare questi sforzi deve essere assolutamente evitata. Deve essere trovato un modo, attraverso il negoziato, di risolvere lo status di Gerusalemme come futura capitale di entrambe gli stati, così che le aspirazioni di entrambe le parti possano essere soddisfatte.” Dello stesso avviso è il presidente francese Macron che ha contattato telefonicamente Trump e gli ha ricordato che “lo status di Gerusalemme dovrà essere risolto nel quadro dei negoziati di pace fra israeliani e palestinesi”. “Non si può retrocedere dalla soluzione a due stati. Guardiamo con grande preoccupazione tutti i fatti e tutte le decisioni che sembrano contraddire la strada che la comunità internazionale ha imboccato da tanto, troppo tempo senza vedere il traguardo” ha detto il nostro ministro degli esteri, Angelino Alfano. Insomma, nessuno sta dalla parte di Trump. Il presidente tuttavia sembra fermo sulla sua volontà e ha fatto sapere che per quanto riguarda lo spostamento dell’ambasciata “non si tratta di se ma di quando”. I funzionari dell’amministrazione americana sono però dubbiosi e viste le pressioni dei partner europei ed arabi il presidente potrebbe fare una dichiarazione più cauta e posticipare l’annuncio del trasferimento dell’ambasciata di sei mesi, oppure annunciare il trasferimento ma senza fornire tempistiche chiare. In ogni caso la posizione del presidente americano è chiara a tutti. Con questa decisione Trump riconosce indirettamente Gerusalemme come capitale d’Israele. Una decisione che mette a rischio la stabilità della regione e il lungo e faticoso processo di pace tra palestinesi ed israeliani, vanificando decenni di sforzi da parte della comunità internazionale per risolvere la questione in modo pacifico.

La tensione a Gerusalemme è già alta. Le autorità israeliane si aspettano ritorsioni violente da parte dei palestinesi mentre il livello d’allerta nei consolati e nelle ambasciate americane è salito a defcon 3. Lo status della Città Santa è ambiguo. Israele di fatto controlla l’intera città dal 1967 e nel 1980 una riforma costituzionale approvata dal parlamento israeliano definiva Gerusalemme “unita ed indivisa, capitale d’Israele”. Il Consiglio di Sicurezza Onu con la risoluzione 478 di quello stesso anno definì la decisione di Israele “una violazione delle leggi internazionali” e nessuno stato ha riconosciuto Gerusalemme come capitale d’Israele, finora. L’Autorità Nazionale Palestinese rivendica Gerusalemme Est come capitale della Palestina ma anche questa zona, come il resto della città, è occupata dalle forze israeliane. Anche in questo caso nessuno stato ha riconosciuto come legittima l’occupazione israeliana di Gerusalemme Est. La Stampa riporta che la decisione di Trump sarebbe giustificata da “motivi di politica interna che riguardano la sua base di cristiani conservatori, più della stessa componente ebraica dell’elettorato americano. Gli evangelici Usa, infatti, sono convinti che il ritorno del Messia sulla Terra potrà avvenire solo quando tutta Israele sarà tornata nelle mani del popolo a cui Dio l’aveva assegnata”. Quindi Trump avrebbe preso questa decisione per rispettare la promessa fatta al suo elettorato conservatore durante la campagna elettorale, almeno in apparenza. Indipendentemente da quelli che sono i veri motivi, la decisione del presidente americano produrrà (lo sta già facendo) almeno una conseguenza sicura: l’escalation della tensione a Gerusalemme e il pericolo che i delicati negoziati di pace tra israeliani e palestinesi terminino con un fallimento.