Entro il mese prossimo il titolo Montepaschi sarà riammesso alle contrattazioni di borsa a un prezzo che, secondo la stima della quasi totalità degli analisti, dovrebbe attestarsi a circa la metà del prezzo di concambio dei bond subordinati oggetto di burden sharing (pertanto, circa un terzo più basso rispetto al prezzo di sottoscrizione delle azioni attualmente in mano al Tesoro).

La perdita dello Stato, senza considerare i costi di riacquisto del famigerato upper Tier 2 venduto nel 2008 ai privati per coprire parte dei costi di acquisto di Antonveneta, si aggira di poco sotto ai 2 miliardi di Euro. Il che non sarebbe poi neppure un grave scandalo, se uno dei principali operatori finanziari del Paese fosse risanato ed utilizzato anche con fini di politica industriale dal Mef; sarebbe un pochino più grave se, una volta subite le perdite, il Tesoro regalasse quel che ne resta a qualche competitor più uguale degli altri.

Quest’ultimo scenario, ovviamente, non si avvererà. D’altronde, in Italia non è mai successo nulla di simile (a parte che con le due banche venete e le quattro risolte, in attesa di San Miniato, Rimini e Cesena).

Ma questo rientra nell’oggettiva inadeguatezza delle élite politiche del nostro Paese e in particolare del PD, per cui continuare a maramaldeggiare sui tweet eccitati di Letta e Saccomanni all’indomani degli accordi europei sull’Unione bancaria, o sulle giravolte in materia di bail-in da parte di Renzi (mi piace, non mi piace, mi piace così e così), o ancora sulle rassicurazioni di Padoan in materia di solidità delle nostre banche, è sinceramente un esercizio sterile. (Attendiamo invece notizie dal Governo sulla solidità delle cooperative e sulla reale possibilità che restituiscano i prestiti sociali, una volta che sarà scoppiata la relativa bolla; ma questo è un altro discorso).

Appare invece più interessante capire quali siano gli asset di valore del Monte. Cosa peraltro non difficile, visto che – considerando un margine di interesse sempre più asfittico a causa dei tassi di interesse negativi e commissioni in difficoltà per la necessità della banca di recuperare nella raccolta diretta, prima ancora che nella trasformazione di questa in risparmio gestito – tutto si riduce ad un’unica voce di bilancio, cioè alle DTA (acronimo di deferred income tax, cioè imposte anticipate, cioè – in pratica – perdite di anni precedenti riportate a nuovo perché superiore ai redditi di quegli esercizi).

Infatti, se per le aziende comuni è considerata pratica elusiva quella di comprare imprese moribonde per utilizzarne le perdite pregresse a scomputo dei propri redditi tassabili (per i feticisti: artt. 172, c. 7, e 173, c. 10, Tuir in materia di fusioni e scissioni; art. 84, c. 3, Tuir come norma generale), le banche godono invece di tutto un regime speciale di favore che permette loro di trasformare la gran parte delle svalutazioni e perdite su crediti commerciali in crediti di imposta iscrivibili, a certe condizioni, in bilancio (sempre per i feticisti: art. 11, D.L. n. 59 del 2016 e art. 2, cc. 55 e ss., D.L. n. 225 del 2010).

Da banca più antica del mondo e tra le più patrimonializzate a bara fiscale. Bella carriera davvero. In attesa di sapere se la svendita avverrà a favore di qualche colosso troppo in utile, oppure a questo o quel contendente in un gioco transnazionale ormai più grande di noi.