Sul loro sito internet ufficiale i Guardiani della Rivoluzione hanno ufficialmente annunciato la fine delle rivolte in Iran. I Guardiani puntano il dito contro i nemici esterni dello stato ovvero Stati Uniti, Israele e soprattutto Arabia Saudita, ma anche i monarchici, che avrebbero organizzato ed incentivato le manifestazioni degli ultimi giorni. Appena qualche giorno fa anche il presidente Rouhani aveva annunciato che la “sedizione” era terminata ma ora sembra veramente che la situazione sia tornata alla normalità. Il bilancio è drammatico: 21 morti, oltre mille arrestati (1 700 secondo gli attivisti) di cui 90 studenti e centinaia di feriti.

Bisogna ricordare che in Iran proteste anti-governative di questo tipo non sono un fatto nuovo negli ultimi anni. Già a cavallo tra 2009 e 2010 vi furono manifestazioni represse nel sangue dal governo che causarono la morte di alcune decine di persone (36 secondo le autorità, il doppio secondo l’opposizione, mentre gli arrestati furono 4 000). All’epoca le motivazioni delle proteste furono dei presunti brogli elettorali occorsi durante le elezioni presidenziali che infine confermarono il presidente Ahmadinejad per un secondo mandato. I brogli furono denunciati dall’avversario di Ahmadinejad, il moderato Mir-Hosein Musavi. Ma c’è una differenza importante tra le manifestazioni del 2009-10 e quelle degli ultimi giorni. Mentre le prime si svilupparono essenzialmente a Teheran, la capitale e quindi centro politico del paese, le seconde sono avvenute in tutto il paese, da nord a sud. Le recenti proteste sono scoppiate infatti a Mashad, città santa per l’islam sciita situata nord-ovest del paese e da lì si sono ampliate a macchia d’olio in tutta la Repubblica Islamica. Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro il governo di Rouhani ma non solo. I manifestanti hanno preso di mira anche l’ayatollah Khamenei, guida suprema e massima carica istituzionale dell’Iran, e anche gli interventi all’estero dei Guardiani della Rivoluzione che combattono in Siria a fianco dell’esercito lealista del presidente Assad, e mentre Rouhani riconosceva il diritto dei cittadini di manifestare i pasdaran uccidevano i manifestanti nelle strade. Quindi mentre le proteste del 2009-10 furono limitate essenzialmente alla denuncia di brogli elettorali, in questo caso sono stati presi di mira i pilastri istituzionali dell’Iran odierno. Abbiamo forse assistito al prologo della “primavera persiana”? Ovvero la sollevazione del popolo iraniano che, desideroso di un cambio di regime, protesta contro le istituzioni dello stato? Certamente “primavera persiana” è un termine affascinante ed evocativo che rimanda a un’altra primavera, quella araba, che quasi dieci anni fa portò alla destabilizzazione del Medio Oriente e del Nord Africa che dura ancora oggi, ma, con molta probabilità, l’Iran non è sul punto di esplodere in un sanguinosa guerra civile.

È vero che le proteste scoppiate lo scorso 28 dicembre sono avvenute in tutto il paese e non solo nella capitale Teheran. È anche vero che i manifestanti hanno protestato contro la guida suprema Khamenei e gli interventi all’estero dei pasdaran ma le ragioni che hanno dato origine alla protesta, ed è questo il punto fondamentale, sono di natura economica. I cittadini hanno protestato contro il governo e le istituzioni, ma non perché vogliono un cambio di regime, come spesso avviene in periodi di crisi economica “il sistema” diventa il capro espiatorio per tutto. In parte a causa per la politica economica dell’ex presidente Ahmadinejad, in parte per le sanzioni della comunità internazionale che hanno isolato il paese per anni, la popolazione iraniana recentemente si è impoverita, specialmente le fasce più basse della società che sono quelle che hanno cominciato la protesta. Inoltre, l’amministrazione del presidente progressista Rouhani, in carica da più di quattro anni, non è riuscita, con le sue riforme, ad arginare la crisi economica e sociale in cui versa il paese, e questo è un altro fattore che ha dato origine alle proteste.

C’è anche un altro motivo per cui non ci troviamo difronte all’inizio della “primavera persiana”. Le sommosse infatti sono state promosse e approvate dai partiti della destra più conservatrice della politica iraniana. Sarebbe un evidente controsenso se proprio i conservatori, che sono la fazione politica che per definizione è contraria a una riforma dell’attuale regime politico, volessero addirittura la fine della Repubblica Islamica e la sua sostituzione con un regime più democratico e meno repressivo, previa un’inevitabile guerra civile. Lo scorso 28 dicembre, giorno in cui scoppiarono le proteste, l’ex presidente Ahmadinejad affermò che “alcuni degli attuali leader vivono distaccati dalla popolazione normale, e non sanno nulla dei problemi della società”. La destra conservatrice ha quindi cavalcato l’onda delle proteste per fare opposizione al governo di Rouhani e criticarne l’operato, ma questa operazione è costata caro ai conservatori. Da 48 ore non si hanno notizie di Ahmadinejad, ma secondo numerose fonti arabe l’ex presidente è agli arresti domiciliari per aver incitato le rivolte, tuttavia nessuna fonte ufficiale delle autorità iraniane ha dato conferma. Alcuni elementi però fanno credere che la veridicità della notizia del suo arresto è praticamente certa, anche senza una conferma ufficiale. Alcuni giorni fa il generale Jafal, capo dei Guardiani della Rivoluzione, dichiarò che “un ex responsabile che sta diventando un oppositore del regime ha avuto un ruolo all’inizio di queste manifestazioni. I servizi di sicurezza stanno indagando e, nel caso sia vero, interverranno”. Il generale non ha menzionato esplicitamente Ahmadinejad ma il riferimento all’ex presidente è ovvio.

Intanto in Iran anche gli avvocati che dovrebbero difendere i manifestanti arrestati sono vittime della repressione del regime. L’appello viene lanciato dalle colonne de Il Corriere della Sera dall’avvocata dei diritti umani Nasrin Sotoudeh, che chiede ai paesi europei di non restare in silenzio. “La settimana scorsa hanno detto a un mio collega che non poteva rappresentare l’imputato; i legali sono sempre più esposti a minacce, alcune delle quali vengono messe in atto”. Un collega di Nasrin fu arrestato ai tempi delle proteste del 2009-10 perché voleva difendere i manifestanti arrestati. È stato “condannato a 10 anni e da 7 in carcere solo per aver svolto il suo lavoro di avvocato”. Nasrin chiede all’Italia e ai paesi europei di intervenire perché “parlare di giustizia in assenza di avvocati indipendenti non ha senso”.