Siamo fuori dal Mondiali dopo aver giocato centottanta minuti contro la Svezia (hai detto: il Brasile) senza segnare neanche un goal. Un fallimento epocale.

Vi sono, certo, cause immediate: la mancanza di campioni, la scarsità di buoni giocatori, ma soprattutto assurde scelte tecniche a tutti i livelli (molte ben descritte da Raffaele Sarnataro). Ma vi sono anche alcune cause mediate. O, meglio, una: la trasformazione del calcio in un’attività economica e, di conseguenza, l’applicazione anche in quest’ambito delle regole dell’Unione Europea.

Ricordate la sentenza Bosman sulla libera circolazione dei lavoratori? Anche i calciatori, in effetti, sono lavoratori come gli altri, dunque i trasferimenti a fine contratto, o con durata residua inferiore a sei mesi, devono essere gratuiti, ed eventuali restrizioni al numero di giocatori comunitari nei club devono considerarsi restrizioni alla libera circolazione, in contrasto con le norme UE. Per gli extra-comunitari, d’altronde, esistono le triangolazioni a Cipro (per gli africani) o con il Portogallo (per i brasiliani); se poi sei argentino un nonno italiano si trova di sicuro.

Si può obiettare che la libera circolazione vale anche per la Francia o al Germania (anzi, qualcuno avrà probabilmente l’impudenza di dire che, se si fosse fatto lo ius soli, magari ai Mondiali ci andavamo: la nazionale tedesca non è forse zeppa di polacchi e turchi?). Vero, il problema è che la possibilità di acquistare ragazzi stranieri senza limiti crea un’agevole scorciatoia a società con i bilanci estenuati, che dunque tagliano su tutto, ma per prima cosa sui settori giovanili. I vivai, ormai, sono roba da ricchi: a tutte le anime belle che si indignano per questa ovvietà, chiedo d’altronde perché lo slogan “prima gli italiani” (tipico, a scelta, di fascisti, razzisti, xenofobi, o quel che l’è) debba valere proprio e soltanto nel mondo del calcio.

Anche il calcio è un business, e come tutti i business richiede fonti di finanziamento che devono dare ritorni significativi agli investitori: questa fu la rivoluzione copernicana del calcio europeo negli anni Novanta, ovviamente cavalcata – in Italia – da Walter Veltroni, ministro dello sport nel primo sciagurato governo Prodi. Ma se il calcio è business, deve essere soggetto anche alla regola della libera circolazione dei capitali (altro pilastro dell’iper-liberismo UE), così che le società coi brand più conosciuti (o le cui Federazioni sono riuscite ad avere maggiori agganci internazionali) hanno potuto godere di un’alluvione di danaro da parte delle televisioni di mezzo mondo (la Premier League), o di ricchi magnati (Paris Saint Germain, Manchester City), o di un sistema industriale opulento (principali squadre tedesche). Anche nel calcio, l’Euro non ci protegge, anzi ci toglie competitività. D’altronde si sa, lo sport è metafora della vita.

Sì, ma la Spagna… Eh la Spagna!, il cui movimento calcistico si è retto per un decennio su dumping fiscale (fino al 2009) e finanziamenti folli concessi dal sistema bancario il quale, andato in crisi, è stato ripianato dai finanziamenti dell’ESM (si parla di un 4-5 miliardi di Euro, robetta così).

Ma poi, d’altronde, per gli innamorati del sogno europeo, dell’altra Europa che non esisterà mai, per i radicali d’azzurro vestiti, per tutti coloro che guardano le stelle (siano cinque o dodici), per tutte le Boldrini che asfalterebbero il Mediterraneo per far meglio migrare in Italia, per quelli che “facciamo come la Germania” (che non rivaluta) per non svalutare, per tutti costoro, che problema c’è? Una squadra europea si è comunque qualificata. Se poi ci fosse una sola nazionale per tutti i 27 Paesi, sai che bellezza? Vinceremmo sempre tutto.

Ci vuole più Europa! O forse no.