Entriamo oggi nel tunnel del voto, e ne usciremo solo in primavera, ma il primo verdetto è atteso da tutti con curiosità mista a preoccupazione, perché la posta in gioco è molto alta e può incidere pesantemente sul risultato finale.
Cinque anni fa un comico visionario attraversava a nuoto lo stretto di Messina e lanciava, con gesto simbolico ed inusuale, un’incredibile sfida a tutta la comunità politica nazionale, denunciandone lo sfinimento, l’inadeguatezza, l’incapacità di dare risposte ai problemi del Paese.

Il suo movimento, lievitato tumultuosamente nel corpo infetto e malaticcio di una nazione devastata da una crisi economica e valoriale senza precedenti, dopo aver ottenuto un sorprendente risultato alle elezioni siciliane, ha consolidato la sua posizione alle politiche del 2013, per poi conquistare, in rapida successione, alcune grandi città, tra cui la capitale.
Adesso siamo qui a chiederci se una delle più  popolose e strategiche regioni avrà un governo a 5 stelle e, sopratutto, perché l’ostilità nei confronti dei partiti tradizionali sia dilagata al punto di rendere possibile uno scenario di questo tipo.

Le risposte a questi interrogativi possiamo trovarle ripercorrendo la storia degli ultimi 20 anni, malinconicamente segnati dall’alternanza al potere di coalizioni sgangherate ed eterogenee, dal galleggiamento sulla crisi, dalle contese ideologiche avulse dal nuovo contesto, dall’inarrestabile decadimento etico.
Alla parte sofferente ed inquieta, che si sente abbandonata e defraudata, qualcuno ripete, con incedere tambureggiante ed ossessivo, che sono i privilegi e le malversazioni della classe politica la causa prima del loro disagio e che l’unico possibile riscatto passa dal voto al M5S.
Argomentazioni che possono essere ribaltate solo attraverso un recupero di credibilità da parte di soggetti in atto prevalentemente impegnati in guerre di posizione od in tentativi di difesa dal fuoco amico.