Gli europei scappati dal caos della II guerra mondiale la definirono “terra di grazia” e Giovanni Paolo II la battezzò come “continente della speranza”. L’America Latina, emancipata dalla colonizzazione spagnola nei primi anni dell’Ottocento, diventò terra di accoglienza per milioni di immigrati europei alla ricerca del “sogno americano” che non si riduceva soltanto agli Stati Uniti ma all’intero continente.

L’America Latina, oltre agli Stati Uniti, era la prima esperienza di multiculturalità dell’età contemporanea. Da un lato, gli americani avevano già importato la prima ondata d’industrializzazione, soprattutto in paesi come il Brasile, l’Argentina, il Messico e il Venezuela; dall’altro, gli europei importarono la loro forza di lavoro e un massiccio investimento in cambio delle risorse naturali che offriva una regione che sembrava predestinata alla ricchezza. La maggioranza di coloro che sbarcavano, non volevano più tornare indietro tranne che per visitare i propri parenti.

Troppo bello per essere vero…

Considerata una regione privilegiata per combinare mare, montagne, ricchezze, risorse minerarie ma soprattutto la pace non riscontrabile in altre parti del mondo, si sarebbe trasformata nell’arco di pochi anni in una delle frontiere più calde della guerra fredda. Gli interessi economici americani nella regione e il graduale inserimento dell’ideologia marxista finanziato dall’Unione sovietica innescarono un confronto tra la guerriglia di sinistra e i militarismi di destra, tra populismi e autoritarismi che si combattevano a vicenda per il potere. Il risultato fu sempre lo stesso: nascevano profonde divisioni sociali in quasi tutti i paesi, cresceva l’ineguaglianza e con essa l’odio politico, il rancore e il senso di rivendicazione.

Dagli anni ’60 in poi, per almeno mezzo secolo, militarismo e populismo si combatterono le sorti di molti paesi del continente. Nel frattempo, la democrazia, esercitata da gruppi molto elitari, non riusciva a coinvolgere i ceti meno abbienti della popolazioni che provavano un profondo senso di alienazione dalle decisioni politiche. Particolarmente tra gli anni ’80 e ’90 si visse un profondo malcontento verso la politica in generale, erano momenti di recessione per l’economia regionale.

Il Socialismo del XXI Secolo.

Dal disincanto verso la politica tradizionale nasceva una nuova tendenza che raggruppava molti settori politici, sociali e addirittura imprenditoriali. Il movimento politico di Chavez iniziato nel Venezuela e diffuso in Brasile, Bolivia, Argentina e il Perù si basava in una coalizione di regimi che trovavano consensi nell’ineguaglianza e nella sete di vendetta giustificata dall’antipolitica creata dai loro predecessori.

Gli obiettivi espansionistici e il discorso bellicoso di questo asse di governi trovavano forti resistenze nelle democrazie liberali del continente, le quali pur sostenendo rapporti commerciali con tali regimi, si mantenevano distanti dalla loro politica. Per la prima volta il Latinoamerica aveva a che fare con la corsa agli armamenti, minacce di guerra e l’accentuarsi dei conflitti nelle frontiere nazionali.

Il Giorno Dopo…

Questi modelli di governo, arrivati per la via democratica, hanno eroso le istituzioni dall’interno per garantirsi la permanenza al potere e anche se il loro ciclo politico sembra finito, come lo si vede in Brasile, Argentina, Ecuador e addirittura nel Venezuela, dove il regime di Nicolas Maduro cerca di sopravvivere senza il consenso popolare, il fallimento di questo sperimento politico ha lasciato le sue conseguenze.

Nonostante si sia parlato a lungo della crescita dell’economia Latinoamericana come il sorgere di una potenza emergente, molti freni e pregiudizi impediscono lo sviluppo dell’intera regione. Uno dei primi freni è l’ossessiva sovranità strumentalizzata dai governi nazionali in una specie patriottismo che sopravvaluta bandiere e simboli sottostimando il valore delle persone. Questo è il primo ostacolo per una necessaria integrazione continentale.

Fin quando i latinoamericani rimarranno nel Novecento, giocando divisi nella partita della globalizzazione, non soltanto perderanno le loro sovranità, già messe in discussione dagli Stati Uniti, la Cina e la Russia che possiedono una bella fetta del loro debito pubblico, ma si bruceranno anche l’ultima opportunità di sviluppo in un mercato globale che non perdona i perdenti. Inoltre, bisogna capire che il Continente della Speranza non sorge dal nulla, ma lo si costruisce giorno dopo giorno.

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Estefano Soler Tamburrini, nato il 25.08.92. Ex dirigente studentesco nel ‘Movimiento Estudiantil’, Venezuela.(2014-2015)
Studente di Scienze Politiche, Sociali e Internazionali all’Università di Bologna (2016 – oggi)