In vista della prossima campagna elettorale, Matteo Renzi – il cui spin doctor deve evidentemente essere un agente di Massimo D’Alema sotto copertura (il tweet da sciatore frustrato del primo dell’anno è un capolavoro assoluto) – ha detto di volersi lasciare alle spalle le polemiche personalistiche per entrare “nel merito”.

Ora, fare un bilancio degli ultimi sei anni di governo PD (dalla liberazione da Berlusconi, come titolò un quotidiano vittima dello stesso Partito Democratico, al grigiore gentiloniano di oggi) sarebbe un esercizio un po’ maramaldesco e, tutto sommato, anche inutile. Disoccupazione giovanile passata dal 29% al 39%, numero di italiani poveri aumentato del 73%, produzione industriale stabilmente al di sotto dei valori ante-Monti, e così via. L’unico dato positivo, ma solo nell’ottica distorta di Marattin, il calo del rapporto deficit/PIL (che significa, in soldoni, che lo Stato ha messo meno soldi in tasca alle famiglie). Prendiamo tuttavia per buono l’artificio dialettico preferito dal Giglio magico, che rivendica come propri solo gli atti successivi al governo Letta, come se i tre anni precedenti avessero governato avversari politici. L’intento è chiaro: Renzi, venendo dopo anni di devastazione bellica, tanto male non può certamente aver fatto, si dicono al Nazareno.

Entriamo quindi nel “merito”, partendo dalla legge-manifesto del renzismo, cioè il Jobs Act, la cui subalternità al capitalismo finanziario di matrice anglosassone è denunciato finanche dal nome (tra l’altro, nella legge di Obama, Jobs è un acrostico; ma lasciamo perdere). Una serie di decreti legislativi il cui fine dichiarato è l’incremento dell’occupazione, ma il cui fine effettivo è la precarizzazione del lavoro per rendere più facile la deflazione salariale. D’altronde, come si sa, l’attor giovane recita, ma non scrive i testi, che vengono da Bruxelles o, più spesso, da Francoforte.

Scriveva nel lontano 2011 la Bce a Berlusconi: “Caro Primo Ministro, il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori… Le sfide principali sono l’aumento della concorrenza…, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici… e l’efficienza del mercato del lavoro… C’è [dunque] l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione…; dovrebbe [inoltre] essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse…“.

Berlusconi fece troppo poco, e fu sostituito. Elsa Fornero e Matteo Renzi, invece, hanno fatto molto di più.

Serbando per il prossimo articolo l’analisi del “contratto a tutele crescenti”, iniziamo con un piccolo bijou: la nuova disciplina del demansionamento.

Partiamo dal passato. Secondo l’art. 2103, c.c., versione ante 25 giugno 2015, “il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione… Egli non può essere trasferito da una unità produttiva ad un’altra se non per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive. Ogni patto contrario è nullo”.

Chiaro? Ogni demansionamento è (era) nullo (salvi i casi di rischio di licenziamento o di compromissione della salute del lavoratore). Nullo. Punto.

Dopo il 25 giugno 2015, si cambia (con norma incostituzionale per eccesso di delega, ma queste in fondo sono quisquilie): “in caso di modifica degli assetti organizzativi aziendali che incide sulla posizione del lavoratore, lo stesso può essere assegnato a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore purché rientranti nella medesima categoria legale… Ulteriori ipotesi di assegnazione di mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore, purché rientranti nella medesima categoria legale, possono essere previste dai contratti collettivi… Nelle sedi [protette] … possono essere stipulati accordi individuali di modifica delle mansioni, della categoria legale e del livello di inquadramento e della relativa retribuzione, nell’interesse del lavoratore alla conservazione dell’occupazione, all’acquisizione di una diversa professionalità o al miglioramento delle condizioni di vita… Il lavoratore non può essere trasferito da un’unità produttiva ad un’altra se non per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive. Salvo che ricorrano le condizioni di cui al secondo e al quarto comma e fermo quanto disposto al sesto comma, ogni patto contrario è nullo”.

Il demansionamento è consentito non soltanto nelle ipotesi di ristrutturazione o riorganizzazione aziendale (come in passato), ma in tutti i casi di “modifica degli assetti organizzativi”. Cioè: sempre. Se poi ci fosse qualche ipotesi residuale che dentro la nozione di legge proprio non ci rientra, soccorreranno i contratti collettivi, e il gioco è fatto (il caso del rinnovo del contratto dell’industria alimentare è indicativo). E attenzione: nel sistema del Jobs Act i contratti collettivi non sono solo quelli nazionali, ma anche quelli territoriali e aziendali (art. 51 del D. Lgs. n. 81 del 2015), i quali, giusta altra norma, poco conosciuta, questa di età berlusconiana:

(i) “possono realizzare specifiche intese… finalizzate alla maggiore occupazione, alla qualità dei contratti di lavoro, all’adozione di forme di partecipazione dei lavoratori, alla emersione del lavoro irregolare, agli incrementi di competitività e di salario, alla gestione delle crisi aziendali e occupazionali, agli investimenti e all’avvio di nuove attività”;

(ii) “possono riguardare la regolazione delle materie inerenti l’organizzazione del lavoro e della produzione con riferimento: …; b) alle mansioni del lavoratore, alla classificazione e inquadramento del personale;”

(iii) “…fermo restando il rispetto della Costituzione, nonché i vincoli derivanti dalle normative comunitarie e dalle convenzioni internazionali sul lavoro…, operano anche in deroga alle disposizioni di legge che disciplinano le [succitate] materie… ed alle relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro”.

In sostanza, i contratti aziendali possono derogare in peggio alla legge e ai CCNL su varie materie, tra cui proprie quelle inerenti le mansioni (questo, d’altronde, aveva chiesto la Bce).

In questo quadro, restavano soltanto due ostacoli, cioè il principio dell’invarianza della retribuzione e del divieto di demansionamento oltre la categoria di appartenenza. Prontamente soccorre il governo. Infatti, sebbene nell’Italia di Renzi si assista da anni ad una robusta ripresa economica e ad un rifiorire d’industria, talvolta succede che ci siano – qua e là – alcuni casi eccezionalissimi di crisi aziendali o occupazionali: bene, in questo caso può essere stipulato in sede sindacale, presso la Direzione Territoriale del Lavoro, un accordo individuale di modifica modifica delle mansioni, del livello di inquadramento e della relativa retribuzione. Ma non così, a caso, ci mancherebbe! Sempre e solo “nell’interesse del lavoratore alla conservazione dell’occupazione” oppure – e qui siamo al puro dadaismo – per “l’acquisizione di una diversa professionalità” o, addirittura, “per il miglioramento delle condizioni di vita”.

Avete capito bene. Il legislatore si è reso conto che una gran quantità di lavoratori, stanchi di riuscire a onorare la rata del mutuo tutti i mesi, hanno deciso di smettere di lavorare ed esser retribuiti per quello che sanno fare, per lanciarsi nell’apprendimento di un nuovo mestiere, meno retribuito, s’intende, ma che lasci più tempo per il gioco del golf (in campi prestigiosi da pagare, con ogni evidenza, mediante specifico prestito personale contratto con qualche finanziaria). Non solo: siccome magari al dipendente conviene andare a svolgere le nuove mansioni altrove (ovviamente: più vicino al campo da golf preferito), in tutti i casi in cui è previsto il demansionamento, è possibile anche il trasferimento da un’unità produttiva a un’altra. Anche in questo caso, senza interpellare il dipendente.

Il fine di queste disposizioni è chiaro: mettere pressione deflattiva sui salari, cioè sul vostro stipendio.Nel settembre del 1961 Robert Mundell pubblica… «Una teoria delle aree valutarie ottimali». Dieci paginette… che avrebbero valso al loro autore il premio Nobel trentotto anni dopo… Merito di un messaggio semplice ed efficace: quando Paesi strutturalmente diversi decidono di aggiogarsi sotto una moneta unica, se sorgono problemi, come una recessione mondiale, bisogna che nel Paese in maggiori difficoltà i lavoratori accettino di farsi tagliare i salari, o magari di emigrare in cerca di lavoro…” (Alberto Bagnai, 2012).