Adriana si lascia rapire da una brevissima ma intensa passione, un omicidio cambierà tutto; questa è la scena iniziale, scena che rapisce l’attenzione del pubblico nei primi venti minuti, (anche per il suo alto contenuto erotico), ma cessata la prima mezz’ora, il lavoro cinematografico di Ozpetek diventa un giallo anni ’70 con sfumature in stile Hitchcock.

Il film del noto regista turco sembra soccombere spesso a una rigida sceneggiatura e una dinamicità che, il susseguirsi degli eventi pretende ma spesso non trova. Un cast di tutto rispetto e una Giovanna Mezzogiorno che, sopratutto nella prima parte del film, sembra essere l’unica mattatrice, spingono a fatica le varie dinamiche, uno strepitoso Peppe Barra e una Luisa Ranieri in gran forma, hanno modo di valorizzare in più occasioni i loro personaggi, cosa che non accade purtroppo con Lina Sastri e Isabella Ferrari, timidamente animate da piani sequenza che lasciano giusto il tempo di essere apprezzati per quanto tali.

Nonostante la presenza di Maria Pia Calzone, (questa volta nei panni di un commissario di polizia e non nei panni della “matrona” moglie e madre di un boss), questo film sembra molto lontano dagli spari di Gomorra, eppure, Napoli si tinge ancora di “giallo“, con personaggi improbabili e un cast che, almeno in parte, salva il lavoro cinematografico del regista turco. Ferzan Ozpetek è noto al grande pubblico per i suoi film di successo, lavori cinematografici mai banali e sempre molto intensi, tra questi ricordiamo “Le Fate Ignoranti” (2001), “Saturno Contro” (2007) e “Mine Vaganti” (2010).

La collaborazione con Valia Santella e Gianni Romoli nella sceneggiatura, sembra non aver aiutato il regista che, pur mettendoci tutta la sua esperienza, imponendo la sua idea e il suo punto di vista su come procedere con dinamiche, luoghi e personaggi, non riesce a imporre il suo stile, forse ha prevalso il fascino mistico che questa città offre a chi vuole scoprirla in tutte le sue sfaccettature, o forse… Ozpetek è ancora tra quelli che sostengono che Pulcinella non sia una maschera allegra, ma la morte della risata, proprio come l’abito da sposa che, secondo alcuni, rappresenterebbe non la purezza, ma la morte della verginità.