Un telone di plastica grigia che viene calato come un sudario sui corpi senza vita di bimbi e madri su una spiaggia fangosa del Bangladesh, lungo il fiume Naf che confina con il Myanmar. E’ l’ultima straziante scena della tragedia dei Rohingya, popolo senza diritti, perseguitato e in fuga dall’attuale Myanmar.

Secondo stime dell’Onu, solo nell’ultima settimana, 50 mila musulmani Rohingya hanno tentato di lasciare lo Stato del Rakhine, dove è in corso un’ azione di “pulizia  anti insurrezione” da parte dell’esercito birmano a seguito degli attacchi lanciati dai miliziani dell’Arakan Rohingya Salvation Army. Colonne di civili si sono messe in marcia verso un’improbabile salvezza perché anche le autorità del Bangladesh cercano di fermare il loro flusso che sembra non avere mai fine.

Dal 25 agosto, quando sono ripresi gli scontri tra esercito e insorti, interi villaggi Rohingya in Myanmar si sono spopolati, sono stati dati alle fiamme. A farne le spese, come sempre, è stata la popolazione civile, inseguita persino dalle cannonate, che si è mossa in blocco verso il Bangladesh, superando montagne, percorrendo sentieri impraticabili e spossanti tra le paludi e i campi di riso allagati. Giunti al fiume Naf i profughi si sono accalcati su alcune barche e hanno tentato la traversata. La corrente ha rovesciato alcune imbarcazioni e 46 cadaveri sono stati recuperati sulla sponda bengalese: 19 bambini, 18 donne e 9 uomini. Sono i corpi coperti dal telone, gli ultimi di una strage immane.

Ma chi sono i Rohingya? Rappresentano un gruppo etnico prevalentemente musulmano di circa un milione di persone che abitano il Rakhine, la regione più povera del Myanmar. Non sono mai stati accettati dalla maggioranza buddista del Myanmar. Lo Stato non li considera cittadini e non garantisce loro alcun diritto, né all’istruzione né alle cure sanitarie. la situazione non è cambiata nemmeno dal 2015, quando è giunta al potere Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace. Anche questa donna, che tutti noi abbiamo ammirato per i suoi 24 anni di prigionia agli arresti domiciliari, ha l’obiettivo di consolidare la transizione democratica, ma sa che i Rohingya sono disprezzati e odiati dalla sua base elettorale e non può, o forse non le conviene, fermare le scelte di pulizia etnica dei militari. E di fronte alla contestazione di insensibilità e di connivenza ha risposto: “Non sono Madre Teresa, lasciamo le questioni militari all’esercito”.

Certo, il paragone con la beata sembra assai distante… Lei è sempre rimasta dalla parte degli ultimi, senza fare nessuna distinzione di razza o di religione. Eppure ad entrambe è stato conferito il Nobel per la pace. Ma San Suu Kyi, con il suo comportamento, sta ampiamente dimostrando di non meritarlo. Dopo quello che sta succedendo nel suo Paese sotto i suoi occhi indifferenti, farebbe un gesto di dignità se quel premio lo restituisse!