Questa notte alle ore 3.37 nel reparto detenuti dell’Ospedale di Parma è deceduto Salvatore Riina, chiamato anche Totò u curtu, a causa della sua scarsa altezza, o la belva per la sua ferocia contro le sue vittime. Ieri, quando le sue condizioni erano ormai disperate, il Ministro di Grazia e Giustizia Orlando, ha firmato il permesso per concedere ai familiari la possibilità di stargli accanto.

Riina stava scontando 26 condanne all’ergastolo per molti omicidi, per la strage di Viale Lazio e per le stragi delle del 1992 di Capaci e Via d’Amelio. Mai un cenno di pentimento tantomeno una collaborazione con la magistratura. Pochi anni fa, durante un colloquio con un altro detenuto, si era vantato dell’omicidio di Falcone lanciando minacce anche ad altri magistrati. In un dialogo carpito con la moglie ha affermato ” Sono sempre Toto’ Riina, farei 300 anni di carcere”.

La sua ascesa al potere criminale è iniziata nella giovane età: cresciuto e plasmato da Luciano Leggio detto Liggio, il quale aveva raccolto intorno a sè la meglio gioventù di Corleone, appena maggiorenne venne condannato alla pena di 12 anni di carcere per l’uccisione di un suo coetaneo.

La belva, per nulla istruito ma di una intelligenza criminale fuori dal comune, iniziò la sua scalata dopo la strage di Viale Lazio avvenuto il 10 dicembre 1969. Spesso, sostituiva Liggio nel triumvirato che si era costutuito tra Bontate, Badalamenti e Liggio. La brama di potere e di affari portarono Riina, non solo all’eliminazioni di nemici delle istituzioni quali il Col. Russo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino e molti altri uomini onesti e giusti di questo Stato, ma anche a nemici ed amici all’interno dell’organizzazione mafiosa.

Ottenuta dalla Commissione Regionale, la Cupola, l’espulsione di Badalamenti, (in gergo mafioso Badalamenti è stato posato) Riina ebbe la possibilità di eliminare tutti i suoi concorrenti: Bontate prima, gli Inzerillo poi, durante la seconda guerra di mafia che lasciò sul campo oltre 200 mafiosi. Riina insieme a Provenzano, i due Corleonesi all’apparenza senza nè arte nè parte, avevano in mano la Sicilia e grazie agli appoggi politici, soprattutto di Vito Ciancimino e Salvo Lima, rappresentante di Andreotti in Sicilia, spadroneggiavano nel ricilare il denaro sporco in affari pubblici.

Grazie a uomini onesti, quali Falcone, Borsellino, Chinnici, Caponnetto, ed ai primi pentimenti all’interno dell’organizzazione mafiosa, nel gennaio 1992 arriva la sentenza definitiva della Cassazione che confermò gli ergastoli al maxiprocesso. Dopo il suo arresto avvenuto il 15 gennaio 1993 (latitante dal 1969), ad opera di un gruppo di carabinieri guidati dal Capitano Ultimo, Riina ha iniziato a scontare la sua pena ma la sua leadership, all’interno di Cosa Nostra, non è stata mai messa in discussione.

E’ rimasto un capo fino all’ultimo giorno di vita, ha mantenuto un comportamento in linea con lo stile di Cosa Nostra: non vedo, non sento, non parlo. Solo all’aggravarsi delle sue condizioni di salute, si è paventata la possibilità di una sua uscita dal carcere ma, anche in questo caso, era un sottile accordo tra lo Stato e Riina.

Il protocollo Farfalla, procedura generalmente posta in essere da una parte dei Servizi Segreti non ha funzionato che prevedeva l’uscita di Riina in cambio della cattura di Matteo Messina Denaro. Lo sdegno dei familiari delle vittime, come dell’opinione pubblica in generale, riguardo la sua uscita dal carcere unitamente alla pronuncia negativa da parte del tribunale di sorveglianza ha evitato il peggio.

Chi parla di pietà nei suoi confronti dimentica con quanta ferocia e disumanità ha ucciso uomini, donne e bambini. La sua morte è sicuramente un bene per quei pezzi dello Stato che hanno fatto accordi con Cosa Nostra, oggi si sentiranno sollevati…

Ora è aperta la successione. Non quella della famiglia anagrafica già duramente colpita da sequestri di beni mobili ed immobili poiché la magistratura sospetta che siano proventi illeciti dell’attività di Riina, ma quella a capo della Commissione Regionale, detta Cupola. Le elezioni del nuovo capo avvengono tra i rappresentanti di sei province della Sicilia, con l’escusione di Messina, Siracusa e Ragusa.

E’ vero, si vocifera che l’attuale capo sia Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993; lo stesso Riina in una intercettazione del 2013 lo avrebbe incoronato suo erede dicendo “Una persona responsabile ce l’ho e sarebbe Messina Denaro”, ma la voce del capo, adesso, non conta più nulla. E’ altrettanto vero però che Messina Denaro appartiene ad una mafia particolare, quella trapanese, è un uomo d’onore (per eredità) e potrebbe far valere la sua lunga esperienza sul campo maturata all’ombra del padre Francesco Messina Denaro.

Gli accordi si fanno all’interno della Cupola che potrebbe preferirgli l’altro latitante siciliano Giovanni Motisi, latitante dal 1998, boss meno noto all’opinione pubblica ma non meno capace di riorganizzare l’ala palermitana. Un’altra alternativa è rappresentata dai boss scarcerati negli ultimi mesi per vizi di forma o per termine della pena. Sono tornati in libertà boss di tutti i mandamenti palermitani: Pino Scaduto, Tommaso Di Giovanni, nipote di Calogero Lo Presti, Tonino Lo Nigro, Salvatore Adelfio, molti cognomi del passato che ritornano. Oppure i nuovi Corleonesi potrebbero ricompattarsi intorno a Giovanni Grizzafi, quasi settantenne, nipote di Toto’ Riina essendo figlio della sorella Caterina.

Si trovava in cella dal 1993, ma grazie alla scarcerazione del luglio scorso è tornato alla guida del mandamento. Solitamente il potere si tramanda di padre in figlio, ma Grizzafi potrebbe ricevere lo scettro di capo della Commissione Regionale ed avere nelle retrovie Giuseppe Salvatore Riina, figlio di Totò, che da anni si è trasferito a Padova dove, terminata la sua pena detentiva, rimane in libertà vigilata poichè socialmente pericoloso.

Anche in passato si è utilizzato un capo della Cupola di paravento quale Michele Greco, detto il Papa, quando chi dava effettivamente gli ordini, era Toto’ Riina; non sarebbe la prima volta. I tempi sono cambiati, una nuova guerra di mafia dovuta ad un disaccordo sul nome del successore di Riina potrebbe accadere solo se l’ala Corleonese più ostica e conservatrice ai metodi di Riina si sentisse pronta a riprendere il comando della situazione debitamente supportati da un numero di alleati adeguato; altrimenti il tutto  passerà nel totale silenzio, con taciti accordi per spartirsi affari e territori in perfetto stile sommersione mafiosa voluta, all’epoca, da Bernardo Provenzano.

La fine di Riina apre tante strade, adesso più che mai i magistrati e l’occhio attento delle Forze dell’Ordine va il compito di carpire i segnali utili per comprendere la direzione che prenderà la nuova Cupola di Cosa Nostra.