In questo infuocato agosto di tentati accordi pre-elettorali, la parte del leone – nel dibattito del così detto centrodestra – l’ha fatta la proposta di Becchi e Dragoni per l’emissione, da parte del Tesoro, di “minibot”, cioè “titoli del debito pubblico al portatore senza interessi e di piccolo taglio come le banconote [di cui avrebbero forma, colori e tagli] con cui pagare tasse, benzina e contributi”. Servirebbero a “pagare le imprese fornitrici che attendono soldi dallo Stato… e, in caso di uscita dall’Euro…, potrebbero diventare la nuova moneta circolante”. Si tratta di un vecchio pallino di Claudio Borghi, responsabile economico della Lega; il fatto nuovo, in questo caso, è che Berlusconi non ha detto no.

Il funzionamento dei minibot è abbastanza semplice e può essere sintetizzato con un esempio (che farebbe inorridire i propugnatori dell’idea, ma tant’è). Lo Stato agirebbe come un tizio che, creditore di moltissime persone in un certo paese (tutti paghiamo le tasse, molti di noi si riforniscono presso i distributori Eni, all’Inps sono dovuti i contributi previdenziali, ecc.), si trova a corto di liquidi ed ha difficoltà a saldare la fattura dell’albergatore dove alloggia (i debiti della P.A. verso le imprese assommano a una sessantina di miliardi di Euro). Ecco che, allora, il tizio stacca all’oste una serie di assegni in modo da cartolarizzare il proprio debito; l’oste, dal canto suo, gira parte degli assegni al macellaio, alla merciaia, al benzinaio; questi ultimi, a loro volta, restituiscono una quota dei titoli ricevuti al tizio che li ha emessi, estinguendo i relativi debiti. Tutti sono felici ed assai più ricchi di prima.

In sostanza, poiché i minibot avrebbero un rapporto di cambio alla pari con l’Euro, la proposta mira in primo luogo ad incrementare in modo significativo la liquidità disponibile per imprese e famiglie, in modo da rianimare la domanda interna distrutta dai tempi dalla cura Monti, ma anche – non troppo velatamente – a precostituire il contante necessario al funzionamento dell’economia, al momento dell’uscita dell’Italia dall’Euro (cosa che avverrà. Incerto resta il quando, ma non il se). Occhio alle idee di Borghi, che è sempre capace di vedere la faccia del problema che tutti hanno ignorato: le risate che accompagnavano la sua proposta di cancellazione di parte del debito pubblico si sono trasformate – da quando a fine 2014 l’Europa è piombata in deflazione – in plagi accorati quando non addirittura in operazioni reali.

Tuttavia non bisogna dimenticare che l’ipotesi nasconde alcuni seri rischi di natura giuridico-economica i quali poi, a ben vedere, riportano tutti a un unico rischio, di natura politica.

Dal punto di vista giuridico, sebbene si tratti – formalmente – della sostituzione di debito pubblico verso determinati soggetti con debito pubblico in forma di titoli, è presumibile (ed anzi vi sono già stati “avvertimenti” in questo senso) che le autorità UE interpretino in modo sostanzialistico l’operazione  (anche per la sua peculiarità: si tratterebbe di ritornare a titoli cartacei al portatore, ormai inesistenti da quasi venti anni) e la qualifichino come emissione di banconote non autorizzata, in violazione dell’art. 128, c. 1, del TFUE. In questo caso, si potrebbe creare un contenzioso, a livello comunitario ma anche interno, tale da rendere malsicura la circolazione dei minibot, che pertanto perderebbero immediatamente il loro appeal di quasi-moneta. Collegato a questo rischio, vi è quello che gli istituti di credito (privati, non essendovene più di pubblici salvo il caso peculiarissimo di Bancoposta) non accettino i minibot. I quali, per funzionare, hanno bisogno delle banche, sia perché gli imprenditori hanno scontato in banca le loro fatture verso la pubblica amministrazione, sia perché il contante, per circolare, al giorno d’oggi ha bisogno dei bancomat.

Dal punto di vista economico, il rischio è più subdolo. Assumiamo che questa iniezione significativa di liquidità abbia effetti espansivi sull’economia e, dunque, incrementi in modo importante i consumi. In un sistema di cambi fissi, qual è quello dell’euro, e nelle condizioni economiche date, la maggiore domanda interna comporterebbe, con ogni probabilità, il riemergere di un deficit di bilancia commerciale (se si compra di più, si compra anche un maggior numero di beni prodotti all’estero) e, alla lunga, un incremento insostenibile del debito estero italiano. Che è poi il problema su cui è intervenuto Monti, impoverendoci. Il problema si risolve solo tornando al cambio flessibile, cioè sostituendo all’Euro un sistema simile a quello pre-Maastricht (o, meglio, ante-1987), come giustamente dicono Becchi e Dragoni. Cioè, rompendo l’Euro.

Ed arriviamo al nodo politico. I minibot possono essere un’arma potentissima in mano a un governo deciso a ristabilire la propria sovranità monetaria, non solo perché potrebbero comportare nell’immediato uno shock positivo dell’economia nazionale, ma soprattutto perché permetterebbero di “anticipare” il ritorno al conio di una moneta autonoma. Sono cioè una parte – assai utile – di un piano più ampio di uscita dall’Euro (come giustamente indicato da Borghi al momento del lancio della proposta). Se invece fossero usati per conservare l’esistente (una bomboletta d’ossigeno per il malato terminale), sarebbero non solo inutili, ma anzi perniciosi.

Qual è il disegno di Salvini, in proposito? E, soprattutto, avranno il coraggio Berlusconi (quello di Tajani Presidente del Parlamento Europeo e di Draghi candidato premier) e Meloni (quella del pareggio di bilancio come cosa buona e giusta) il coraggio di seguirlo su una strada comunque assai accidentata?