L’antefatto è un orribile delitto perpetrato da uno spacciatore di colore ai danni di una sventurata diciottenne tossicodipendente, uccisa e fatta a pezzi in circostanze misteriose. A seguire, la vendetta privata di uno sciagurato estremista nostrano, il quale ha dato sfogo alla sua ira xenofoba sparando all’impazzata sui malcapitati passanti africani e ferendone sei. Il tutto in apertura di una campagna elettorale tra le più incerte dal dopoguerra ad oggi, gravida di inquietanti interrogativi ed avara di rassicuranti risposte alla domanda di stabilità e buon governo della cosa pubblica.

La lettura di questi episodi risente del clima di scontro politico, che induce alla strumentalizzazione di ogni fatto, nel tentativo di piegarlo ad interessi di parte, ma appare doveroso chiedersi se sia ancora possibile tessere una tela di valori condivisi e preservare le istituzioni da un processo di devastante corrosione. L’immigrazione viene largamente vissuta come insopportabile invasione perché lo Stato, impalpabile nell’estrinsecazione della sua maestà, non riesce a coniugare le ragioni della solidarietà con quelle di una sicurezza che, per ogni cittadino è valore primario.

Se a ciò si aggiunge l’iniziativa di abili cantori del disagio sociale, che esasperano il malcontento per impinguare il loro bacino elettorale, ed il bigottismo ideologico di chi si ostina a tapparsi gli occhi dinanzi alla realtà, la miscela esplosiva che ne deriva rischia di produrre uno tsunami. Macerata, oggi, è la metafora di un Paese che sembra aver smarrito la strada maestra della ragionevolezza, le cui pulsioni tendono a disgregare la coesione sociale e a mettere in pericolo la democrazia.