Luciano Traina è il fratello di Claudio, morto insieme ad Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Valter Cosina e Agostino Catalano, nella strage di Via D’Amelio dove perse la vita anche il giudice Paolo Borsellino. Luciano dopo una vita passata in Polizia dove è stato nella squadra catturandi di Palermo, ora gira tutta l’Italia parlando ai ragazzi nelle scuole  portando la sua esperienza diretta. Un uomo che non solo ha vissuto la tragica perdita del fratello, ma anche di molti altri colleghi ed ha visto le brutture che provoca la mafia.

La sua testimonianza è ricca di commozione ed emozioni.

Sig. Traina, lei e suo fratello condividevate la stessa missione al servizio della comunità, come la viveva suo fratello Claudio. Un suo ricordo…

“Con Claudio avevamo lo stesso lavoro, per portare avanti la giustizia e la legalità, anche se’ erano due tipi di lavori diversi.  Claudio scortava magistrati e giudici, posto alla difesa di queste persone, mentre io ero nella squadra mobile e facevo servizio alla catturandi. Ricordi di Claudio ne’ ho tantissimi ma il ricordo più vivo e più toccante è proprio quello della mattina del 19 luglio 1992. Condividevamo la passione per la pesca e  quella mattina siamo usciti prestissimo, solitamente rientravano verso le 14:00. Quel giorno però non fu così: intorno alle 09:00 Claudio mi disse che doveva rientrare perché alle 14:00 doveva rientrare in servizio, doveva fare una scorta. Io mi sono un po’ risentito perché uscire per tre ore in barca non ne’ valeva la pena, ma lui mi disse che voleva stare un po’ con me in mare. Così, l’ho lasciai sul molo e, prima di andarsene, mi ha disse – “Mi raccomando, stasera riunisci la famiglia, ci vediamo tutti a casa di mamma”. – Aveva un sorriso smagliante ma al contempo preoccupato. Quella sera è vero ho riunito la famiglia ma Claudio non c’era più, era andato via con Paolo Borsellino e i suoi colleghi.”

Cosa ricorda di quel pomeriggio del 19 luglio 1992?

“Ricordo quando ho ricevuto la telefonata di mia madre. Ero pronto per uscire di casa per andare da lei come tutte le domeniche. Mi chiamò molto agitata e mi disse – “È successo qualcosa a Claudio“. – Aveva visto in TV l’edizione straordinaria del telegiornale nella quale si parlava di una bomba esplosa a Palermo e c’era di mezzo un magistrato. Ho rassicurato mia madre ma subito dopo ho telefonato in centrale qualificandomi. I colleghi mi hanno riferito che si era deflagrata una bomba, però non mi dissero che c’era mio fratello. Mi dissero, essendo della squadra mobile, di entrare in servizio e recarmi sul luogo e nel giro di mezz’ora mi sono portato sul posto. Facendo il servizio in borghese, mi sono dimenticato di mettere la placca (il distintivo) sulla giacca,  quindi ho trovato ovviamente resistenza oltrepassare e giungere nella zona critica, a calci e pugni ci sono arrivato. C’era di tutto! Camminavo e calpestavo del morbido, poi mi resi conto che quel morbido era carne umana. C’era l’acqua utilizzata per spegnere gli incendi delle auto e in fiamme,  misto al rosso del sangue dei colleghi e di mio fratello.  Arrivato proprio sotto il palazzo in Via D’Amelio, dove è successa la deflagrazione, alzando gli occhi ho visto pezzi di corpo appiccicati su un balcone e li ho capito che la mia presenza era vana, anche se tentavo di trovare mio fratello  quantomeno per tenergli la mano, abbracciarlo per l’ultima volta ma, di mio fratello come degli altri, purtroppo, non c’era più nulla. Ho pensato quindi, di farmi accompagnare da mia cognata, la compagna di mio fratello, e da mio nipote che all’epoca aveva 13 mesi. Passai da casa a prendere la mia famiglia e andammo a casa di mia madre ed ho riunito la famiglia. Mia madre ha appreso dalla ti che tra le vittime c’era anche Claudio che, per la disperazione, stava per gettarsi dal  balcone. La sera mi recai all’obitorio, dove il medico legale mi conosceva per motivi di servizio, mi chiese se volessi vedere quello che restava di mio fratello. Ricordo che, prima di entrare c’era il dott. Antonino Caponne, gli dissero che ero il fratello di una delle vittime, si è avvicinato e mi ha dato un abbraccio come un padre può dare ad un figlio. Mi sussurrò – “È tutto finito” – queste le sue parole. Entrai nella camera mortuaria e non si capiva nulla: arti a pezzi, carne, tronchi di corpi… Le uniche persone che ho potuto riconoscere, non come persone ma come pezzi, erano Paolo Borsellino e Agostino Catalano perché avevano metà viso riconoscibili e ho riconosciuto i baffetti anneriti del giudice Borsellino. Il medico legale mi fece notare che c’era un mezzo tronco dove si intravvedeva un seno di donna, e l’unica donna era Emanuela Loi. Per il resto, non si poteva riconoscere nessuno con certezza. Io, quando vado al cimitero da mio fratello, da Paolo Borsellino, da Vincenzo o qualche altro, poso un fiore per tutti perché, in ogni bara, non c’è la singola persona ma pezzi di tante persone unite. Questo alla fine è un bene perché sono uniti sia in terra che in cielo.”

Ha mai pensato di cambiare lavoro dopo la strage di via D’Amelio?

“Fare il poliziotto o lo fai con missione o lo fai con piacere perché è come una droga che ti entra dentro. Io più sapevo e più volevo fare per arrivare allo scopo. Ho partecipato ai casi riguardanti le morti di Natale Mondo, Salvo Lima e del piccolo Claudio Domino, come altri fatti palermitani di quegli anni. Ne ho viste tante e, a volte, ti medesimi per cui dicevo a me stesso perché devo lasciare. Io mi sentivo una persona utile per questo Stato, che se avessi abbandonato mi sembrava di fare del male a qualcuno, forse lo facevo a me stesso. Però nel mio cuore gridavo, perché ero solo. Sono stato isolato.  Sono andato in alcune trasmissioni televisive, tutti mi davano la mano ma mi prendevano in giro. Insomma corri corri che poi ti blocco io, difatti mi hanno bloccato. Dopo l’arresto di Brusca sono stato trasferito in Sardegna. Quello che è successo in tutta la mia vita ti segna, si hanno degli strascichi. Vivo come la pianta: metti l’acqua, un po’ di sole e vegeta.” 

Cosa voleva dire fare il poliziotto a Palermo in quegli anni?

“Voleva dire poco e tanto. Sono arrivato a Palermo nel 1985. Vivevo e lavoravo a Milano, una volta trasferito a Palermo ho continuato a pagare per un anno l’affitto della casa di Milano.  Non volevo stare a Palermo ma poi sei coinvolto tanto, vedevi lo schifo di alcuni colleghi corrotti. O credi in ciò che fai o non ci credi. Io ci credevo! Avevamo costituito la nuova squadra mobile, ci capivamo con gli sguardi, eravamo tutti per uno e uno per tutti, e volevamo rimettere in piedi la città. Però non era semplice: era come salire su una scala a pioli, arrivati al settimo scalino il piolo si rompeva e così bisognava ricominciare da capo. Non si rompeva perché era marcio ma bensì perché lo segavano, non volevano farti andare oltre era qualcosa di manovrato. Quando poi ho iniziato a vedere morti  ammazzati ovunque, la paura non esisteva e si andava avanti perché volevamo scoprire e vedere. Dove potevamo arrivare lo facevamo con le nostre forze, anche se eravamo delle piccole pedine. Ci salutavamo con quel sorriso che voleva dire – “Ah oggi ci siamo visti domani non lo so”. – Eravamo tutti consapevoli del rischio che correvamo, a Palermo c’erano 2 o 3 morti al giorno. Sapevamo che oggi c’eravamo e domani no. Mio fratello è morto ma, io per la vita che ho vissuto,  dovevo morire prima di lui, ma sono qui forse per portare avanti la memoria.“

Il 20 maggio 1996 Lei era nella squadra che ha catturato Giovanni Brusca, uno dei responsabili della morte di suo fratello…

“Io quel giorno non dovevo essere lì, non ho capito subito perché ero lì. Con il senno di poi ho compreso che ero lì perché c’erano delle volontà sapendo poi che, sia il questore e il dirigente, con il quale non ci vediamo di buon occhio, hanno voluto fortemente che fossi là. Perché dovevo togliere il sassolino dalla scarpa, perché in realtà Brusca non doveva essere preso vivo per paura che lui si pentisse. Quindi mettiamoci il il fratello di Claudio, la sua reazione quale sarà? Quella di ammazzare? Pensavano così ma io non l’ho fatto perche’ sono una persona perbene. Davanti a me ho visto Brusca disarmato e mi ha fatto schifo vederlo. Se avesse avuto un arma e l’avesse utilizzata avrei sicuramente reagito. Io ho catturato un latitante come poliziotto non come fratello di Claudio. Il giorno dopo sono stato trasferito senza alcun motivo in Sardegna, dicevano per motivi di sicurezza, che c’era una taglia su di me. In giornalista Viviani dopo la cattura di Brusca, scrisse un articolo: “Ho catturato il boia di mio fratello “. Hanno complottato per farmi fuori e mi hanno trasferito in Sardegna. La mia vita non aveva più senso,  si arriva anche a pensare di farla finita quando si è soli e isolati, ma sono qui.” 

In questi giorni, anche se i media non danno risalto alla notizia, si stanno svolgendo le fasi conclusive del processo trattativa tra Stato-mafia. Qual’è la sua opinione al riguardo, ci sarà mai una verità verità?

“La verità non ci sarà mai perché saltarebbe tutta l’Italia. Sappiamo le briciole ma la verità non la sapremo mai. Non si darebbero mai una mazzata a loro stessi… L’Italia bisognerebbe rifarla di nuovo e forse si arriverebbe alla verità ma ciò, probabilmente, lo vedranno non i nostri nipoti ma i nostri pronipoti.”

Lei spende parte del suo tempo nel girare l’Italia, incontrando i ragazzi nelle scuole. Nell’ascoltarla cosa colpisce di più i giovani?

“Non lo so cosa li colpisca di più, io sono me stesso con le lacrime agli occhi, con le mie emozioni. Non sono un giornalista, io non racconto la mia realtà. Leggono libri o giornali poi, quando sentono dalla mia viva voce la mia realtà,  fa tutto un altro effetto. Incontro volentieri e ne vogliono sapere sempre di più della mia poca povera vita.”

La memoria è importante tramandarla ai giovani affinché rimanga sempre viva;  lei cosa si augura per il loro futuro.

“Auguro loro di arrivare alla verità, io ci credo poco ma loro  devono crederci. Io ci credo poco perché ho la mia età, ma  loro hanno una vita davanti. Loro la devono scoprire, io ce la metto tutta per dare l’input, per loro andare avanti e scoprire.  L’impegno loro qual’è? Credere nelle istituzioni, le istituzioni di conseguenza devono andare avanti e capire perché è successo tutto questo.”

Ascoltando le parole del Sig. Traina traspare, non solo tutto il suo dolore per la tragica  scomparsa del fratello e per una vita passata a combattere con la forza di volontà, una grande umiltà e la sua missione è quella di tramandare la memoria alle nuove generazioni affinché il sacrificio degli uomini caduti per servire lo Stato non sia mai stato vano.