Padoan candidato a Siena è, secondo Matteo Renzi, il “simbolo dell’azione del governo Gentiloni sulle banche”, una medaglia da esibire. Tanta sicumera pare che derivi dall’idea di aver affrontato la questione banche “in modo innovativo”; il che sarebbe anche vero, se non fosse che quest’approccio, oltre che innovativo, è stato anche fallimentare.

E siccome Renzi vuole entrare #nelmerito, come si esprime su Twitter, facciamo anche in questo caso qualche piccolo passo indietro, come abbiamo già fatto qui e qui in merito alle legge sulla deflazione salariale (più nota come Jobs Act). Nel 1960 John Sturges girava I magnifici sette; noi, più modestamente, ci contenteremo delle magnifiche sette.

Banca Etruria, Banca Marche, CR Ferrara, CR Chieti. Per la prima volta nella storia dell’Italia Repubblicana i risparmiatori perdono denaro affidato ad una banca. Chiariamo: CR Ferrara e Banca Marche erano commissariate dal 2013, CR Chieti dal 2014, Bpel dal 2015. La mala gestio non è colpa di Renzi (sebbene non sia un’ipotesi peregrina immaginare una significativa responsabilità del PD), l’aver adottato addirittura anticipatamente – rispetto alla data di entrata in vigore ivi prevista – la Direttiva BRRD (quella del bail-in) assolutamente sì. Quello che avrebbe dovuto finalmente sbattere i pugni in Europa, si è immediatamente calato le brache in Italia. E oltre il danno, ecco la beffa: piccoli azionisti e obbligazionisti subordinati subiscono perdite ingenti e – al contrario di esperienze pregresse in altri Paesi – sono rimborsati solo in piccolo numero, assai parzialmente, con grandissima difficoltà. Alla vicenda, tragica, si intreccia quella – tragicomica – della famiglia Boschi e dei maldestri tentativi di Maria Elena di piazzare Bpel, neanche fosse una ragazzetta un po’ racchia e troppo stagionata, a questo o quel malcontento compratore (a partire da Ghizzoni). Oggi conosciamo il risultato per tanta attenzione per le sorti degli orafi di Arezzo: parafrasando un osceno libro new age, potremmo dire che “nessun luogo è (abbastanza) lontano”, neppure Bolzano.

Monte dei Paschi di Siena. Nonostante due aumenti di capitale da 5 miliardi di Euro nel 2014 e di 3 miliardi di Euro nel 2015, nel 2017 azionisti, obbligazionisti subordinati e governo devono intervenire con oltre 8 miliardi di Euro (c.d. burden sharing). I piccoli azionisti sono completamente azzerati, gli obbligazionisti subordinati retail invece sono tutti salvaguardati a spese del Tesoro, ivi compresi i dirigenti del Monte che per anni hanno spacciato a ignari pensionati proprio quegli stessi titoli. La disparità di trattamento rispetto alla sorte toccata ai risparmiatori di Etruria o Banca Marche, ma anche a quelli delle venete, è palese. Il fatto che siano numericamente molto superiori e siano in gran parte concentrati in un unico collegio storicamente rosso è ovviamente soltanto un caso fortuito. Le colpe del governo in generale e di Padoan in particolare sono molte e gravissime (dichiarazioni televisive su un inesistente Monte “risanato”, credito a un progetto – quello di JP Morgan – assolutamente inattuabile, rumors di un invero inesistente interesse di investitori qatarioti, lunga inerzia in attesa del referendum del 4 dicembre…); sul Format le abbiamo già analizzate puntualmente.

Veneto Banca e Popolare di Vicenza. Due banche quasi fuse insieme, forse per farle contare come un fallimento solo. Probabilmente è l’operazione in cui la – ehm – “innovazione” di Padoan raggiunge la sua apoteosi. Senza pretese di completezza: per proteggere dalle perdite che sarebbero derivate dal fallimento degli aumenti di capitale delle due banche, Padoan & Guzzetti si inventano il Fondo Atlante, la cui unica funzione è quella di perdere 2 miliardi e mezzo di Euro dei sottoscrittori; azionisti e obbligazionisti subordinati sono, come ormai consuetudine, azzerati; i due Istituti sono letteralmente regalati a Intesa insieme a oltre 5 miliardi di Euro (di cui 4 miliardi e 800 milioni proprio cash per garantire la neutralità dell’operazione sui “capital ratio” di Intesa, come chiesto espressamente dalla banca che in pratica il decreto se lo è scritto da sola, e altri 400 milioni per garanzie potenziali su rischi futuri). Come si diceva un tempo: socializzazione delle perdite, privatizzazione dei profitti. Ma la vicenda ha anche un altro contorno oscuro. Secondo uno schema già seguito, pochi giorni prima, da Santander in Spagna con l’acquisto del Banco Popular (ma già “preannunciato” proprio in Italia con la vicenda delle 4 banche risolte nel 2015, 3 delle quali regalate a Ubi), i crediti deteriorati, il contenzioso attuale e prospettico, il personale in esubero, tutto il “marcio” insomma, sono conferiti in un veicolo finanziato con risorse pubbliche: si tratta in sostanza di un inadempimento legalizzato ai danni dei vecchi clienti delle due venete. Fortunatamente, pare ancora esserci un giudice, e non solo a Berlino.

Ah… pare che Renzi pensi davvero di aver perso voti a causa delle fake news.