Premessa. I referendum in Lombardia e Veneto sono stati indetti e svolti nel quadro di quanto previsto dall’ordinamento giuridico italiano. Zaia, dal canto suo, ai sensi dell’art. 121, Cost., ha tutto il diritto di presentare alle Camere un progetto di legge costituzionale per rendere il Veneto una Regione a Statuto speciale, onde tamponare la disparità di trattamento coi vicini Trentino e Friuli.

Ciò detto, parlare di una lotta per l’autodeterminazione del popolo veneto(o lombardo), oppure paragonare le rivendicazioni regionali nei confronti dello Stato a quelle dei c.d. “sovranisti” rispetto alla UE non ha semplicemente senso. Nessun senso.

Primo. Allo stato del diritto internazionale attuale, esiste un popolo italiano, mentre non esiste un popolo veneto o lombardo. Né è applicabile l’art. 1 della Carta delle Nazioni Unite, che riguarda soltanto i casi di colonialismo (nel senso di occupazione straniera di un Paese), privazione dei diritti civili, apartheid.

Secondo. Veneto e Lombardia sono parte integrante di uno Stato democratico, a sovranità popolare (art. 1, Cost.), costituzionalmente definito come unico ed indivisibile (ancorché promotore delle autonomie locali: art. 5, Cost.). L’Unione Europea è invece una confederazione cui lo Stato italiano aderisce in forza dell’art. 11, Cost., nel dispregio del tenore letterale – oltre che dello spirito – della disposizione (che parla di “limitazioni di sovranità” e non di “cessioni”, per tacere dei principi di parità dei contraenti e delle finalità di pace). Confederazione non solo mancante di una effettiva leadership politica, ma – soprattutto – assolutamente carente in fatto di rappresentatività democratica.

Terzo. Veneto e Lombardia, in quanto parte integrante dello Stato italiano, sono parte integrante del relativo “mercato unico” dei capitali, del lavoro, delle merci e, pertanto, sono anche parte di un processo di trasferimenti fiscali tra Regioni, volti (almeno nelle intenzioni) a permettere una perequazione nelle infrastrutture, nel welfare, nella qualità della vita (e nei salvataggi bancari: il FITD è unico su tutto il territorio nazionale e lo stesso dicasi di Atlante, che ha funzionato, sia pure per breve periodo, come Fondo aggiunto). Nell’UE le cose non stanno così: i trasferimenti da uno Stato all’altro semplicemente non esistono (tralasciamo, per carità di patria, di parlare dei Fondi strutturali…); ogni Paese ha il suo bilancio e, in caso di difficoltà, interviene un Fondo istituito con apposito trattato internazionale il quale eroga denaro sotto strette condizionalità (leggi: Troika); l’EDIS, terzo pilastro dell’Unione bancaria, semplicemente non esisterà mai.

Quarto. La lotta contro l’UE è essenzialmente la lotta di un Paese che vuole riappropriarsi della propria sovranità monetaria e fiscale (anche) al fine di porre fine alla vulgata liberista del dogma del pareggio di bilancio, mentre le richieste di autonomia di  Veneto e Lombardia sembrano proprio presupporre tale dogma. In effetti, lamentarsi che le proprie tasse sono spese in altre Regioni sembra proprio implicare l’idea che lo Stato possa (o debba?) spendere non più di quanto ha previamente raccolto.

Viene allora quasi il sospetto che gli unici punti di contatto fra la vicenda lombardo-veneta e quella europeista stia nella scarsa propensione alla condivisione di alcune frange di popolazione, oltre che in una sempre strisciante supponenza da parte di alcuni abitanti del Nord rispetto a quelli “più a Sud”.

Purtroppo per loro, “a nord” e “a sud” sono concetti molto relativi, dipendendo dal luogo geografico dell’osservatore se non, addirittura, dai rapporti di forza fra le parti. Stabat superior lupus