Stiamo assistendo, nei primi, tumultuosi giorni di vita del nuovo governo, a un duro confronto tra i fautori della chiusura di frontiere marittime e mentali alle masse di disperati che chiedono asilo all’Italia e quanti continuano a difendere i principi di solidarietà, propri
dell’umanesimo cristiano.

Da anni l’Italia, in ragione della sua posizione geografica, è divenuta l’approdo naturale di un esodo incessante, che travasa dal continente africano milioni di esseri umani piagati dalla miseria del sottosviluppo e determinati a cambiare vita, costi quel che costi.
Leggiamo tutti i giorni incredibili storie di viaggi a piedi, con attraversamento di foreste e deserti, per raggiungere, da remoti villaggi dell’Africa nera, le sponde del Mediterraneo. Di lunghi soggiorni in lager libici nei quali, in attesa della partenza per l’Europa, giovani donne vengono sottoposte a stupri, sevizie e maltrattamenti da orridi aguzzini e, normalmente,
ci inteneriamo.

Ma poi arrivano qui ed iniziano i problemi, perché una lunga crisi economica ci ha impoverito anche sul versante dei sentimenti e le difficoltà hanno generato insicurezza, intolleranza per le diversità, preoccupazione di dover dividere con degli intrusi quel poco che ci resta. Nelle campagne del sud si moltiplicano le tendopoli, che vengono vissute come
bubboni portatori di contagio; nelle periferie urbane lievita il malcontento degli autoctoni per l’invadenza dei nuovi venuti, spesso dediti ad attività criminose ed al meretricio, nonché, a volte, protagonisti di delitti efferati.

E su tutto veleggia la politica, che ha subito individuato il fenomeno come generosa miniera da cui attingere il consenso e lo utilizza cinicamente, senza preoccuparsi di creare insanabili divisioni nel Paese e lacerando quel quadro di tolleranza per le ragioni degli altri che è strumento ineliminabile per la conservazione della democrazia.
Lo schema Guelfi contro Ghibellini strappa la tela della modernità e vanifica il lungo cammino che l’uomo ha percorso per divenire sempre più sapiens.