Se qualcuno vuole bene al Partito Democratico – cosa magari alquanto bizzarra, ma non da escludersi necessariamente – si attrezzi per tenerne lontani gli esponenti dalle banche.

Proprio mentre si sta consumando la scena, presumibilmente definitiva, della farsa aretina su Banca Etruria, protagonista principale un Ministro per le riforme che discetta a cena col Presidente di Consob delle criticità di questa o quella fusione tra banche, e poi telefona all’Amministratore Delegato di un altro istituto per trovare pure la soluzione alternativa, neanche fosse il consulente ben introdotto di qualche merchant bank, ecco che se ne salta fuori Ugo Sposetti a combinarne un’altra delle sue.

Il senatore Sposetti, da uomo che conosce bene i rischi delle attività finanziarie (“sono un sostenitore del principio che alle banche i soldi non si restituiscono”), ha deciso di porre mano allo scandalo dei prestiti sociali delle coop di consumo (qualcuna già fallita, qualcun’altra in stato comatoso). Anche perché, presumibilmente, il sistema delle Regioni rosse salterà proprio quando salterà la cooperazione.

Chiunque faccia la spesa sa come funziona: si depositano i propri soldi presso uno sportello del supermercato, si annotano versamenti e prelievi su un libretto simile ai libretti di risparmio, si riceve una specie di carta di credito con cui si regolano le transazioni in tutti i punti vendita della cooperativa. Non tutti coloro che fanno la spesa, però, sanno di non aver acceso un deposito bancario, bensì un finanziamento soci, postergato rispetto a tutti gli altri crediti dell’impresa ai sensi dell’art. 2467, c. 1, c.c.; né tutti coloro che fanno la spesa si rendono conto di come le cooperative si muovano un passo indietro rispetto all’attività bancaria, senza invero svolgerla (anche perché, sarebbe un reato ai sensi degli artt. 130 e 131 del Tub), pertanto sfuggendo alla vigilanza – già così poco pervasiva, abbiamo scoperto – della Banca d’Italia.

In pratica, c’è chi pensa di aver aperto un libretto tipo quello della Posta, e si ritrova ad aver perso tutto al primo concordato preventivo.

Ora, finché questa cosa non la conosceva nessuno, al PD (e a Mdp) e alla cooperazione tosco-emiliana (che discute su tutto, ma su questi temi si unisce come un sol uomo) poteva pure andare bene; ma ora la notizia inizia a diffondersi, e dunque tanto bene non va più. Si rischia, potremmo dire, una specie di coop-run dagli effetti disastrosi. E allora cosa ti inventa lo Sposetti? Un divieto secco di abuso di questo strumento, quanto meno pro futuro? Ma certo che no! Un emendamento alla Legge di Bilancio che non solo rende inapplicabile la postergazione dei prestiti sociali agli altri crediti della cooperativa, ma anzi dà ai soci prestatori un privilegio che permette loro di essere i primi, in caso di crisi, ad essere rimborsati. In contropartita, le coop devono accantonare in un Fondo di Garanzia, tipo fondo interbancario, il 30% di quanto raccolto (sì, raccolto, anche se non si potrebbe dire).

È chiaro il tentativo? Il PD sta cercando di creare un tertium genus, qualcosa di più di una impresa comune e qualcosa di meno di una banca.

Se la norma passasse, i soci delle cooperative di consumo, in caso di crisi aziendale, avrebbero un trattamento preferenziale rispetto ai soci finanziatori di una società per azioni nelle stesse condizioni: i primi (che, fra l’altro, sono soci per lo più di nome e assai poco di fatti) sarebbero immediatamente ristorati; i secondi (persone che quella determinata società hanno cercato di farla vivere e crescere) sarebbero praticamente certi di non vedere nulla dei propri soldi.

Se la norma passasse, i soci delle cooperative di consumo sarebbero favoriti rispetto ai detentori di obbligazioni subordinate bancarie (la cui posizione economica, invece, è sostanzialmente equiparabile). Se una banca è in crisi ed interviene lo Stato, il principio del burden sharing impone che gli obbligazionisti subordinati perdano i loro soldi in tutto (la norma) o in parte (l’eccezione, in determinate zone della Toscana), e lasciamo perdere il caso estremo del bail-in; se una coop è in crisi, intanto si ristorino i prestiti sociali, poi a dipendenti, fornitori e creditori vari ci penseremo dopo.

In pratica: si stravolge la disciplina del codice civile e si crea un sistema latamente in contrasto con quanto previsto dalle norme di risoluzione delle banche, al solo fine di rendere il prestito sociale più appetibile, per un risparmiatore, di qualsiasi altro investimento finanziario. A fronte di questo inusitato vantaggio competitivo (che si aggiunge anche ai tradizionali vantaggi fiscali), le coop devono soltanto accantonare il 30% dei prestiti ricevuti.

Tutte le imprese sono uguali, ma le coop – come i maiali – sono un po’ più uguali degli altri.