L’anno che verrà sarà l’anno delle elezioni politiche. Lasciando un po’ da parte l’ottimismo della volontà, il pessimismo della ragione mostra come i due grandi protagonisti della terrificante campagna elettorale che ci attende non possano che essere Silvio Berlusconi da un lato e Luigi di Maio dall’altro. Il pivot politico, però, resta sempre il Partito Democratico, il quale – presumibilmente – si focalizzerà sul recupero del terreno perduto in questi mesi, o almeno, al contenimento dei danni (certo, le prime mosse sono state così e così).

La campagna elettorale del Movimento 5 Stelle è molto facile. La solita ostentazione di diversità (sempre più apparente e sempre meno reale: ormai uno non vale più uno ed anche l’onestà pare pian pianino avviarsi al dimenticatoio), qualche show di Grillo, il tentativo di Di Maio di accreditarsi presso l’establishment, soprattutto quello dell’Unione Europea e quello a Stelle e Strisce. Anche la strategia di Berlusconi sembra delineata: ascaro del Partito Popolare Europeo, punta a imbarazzare il più possibile il suo pseudo-alleato Salvini al fine di (nella migliore delle ipotesi) sottrargli voti oppure (nella peggiore) di sfasciare la così detta alleanza di centro-destra. Sui social network, per dire, è tutto un peana ora alle sue capacità personali (tragicomico il tweet sulle abitudini mattutine, ivi compresa una corsetta di 5 chilometri che ammazzerebbe anche uno venti anni più giovane) ora alle magnifiche sorti e progressive dell’Unione Europea, panacea di ogni male, soprattutto qualora avesse un esercito proprio (a guida franco-tedesca, ça va sans dire).

L’estrema, come si usava dire quando la politica era ancora una cosa seria, è ben presidiata da Liberi e Uguali, il cui europeismo folle è ben rappresentato dallo stesso acronimo del nome del partito: LEU.

In questo quadro, i possibili esiti del dopo-voto (complice, o auspice, Mattarella) possono essere essenzialmente due, uno peggiore dell’altro.

La prima: il PD prende oltre il 20% e Forza Italia batte la Lega. Renzi – rinsaldato alla guida del Partito Democratico – vara un governo Gentiloni bis (o surrogati analoghi) appoggiato anche da Forza Italia. L’agenda è già scritta. Grande supporto a “questa” Europa, sia pure in attesa dell'”altra”, cioè grande supporto alle politiche di Merkel e Macron: il che vuol dire inserimento dell’ESM all’interno dei Trattati, ulteriore rafforzamento (inasprimento) dell’Unione Bancaria, istituzione del c.d. Ministro delle Finanze europeo, finalmente l’esercito comune. In cambio, il dinamico duo avrà probabilmente una certa libertà fiscale, cioè un qualche spazio per mance e mancette post-elettorali, fino alla prossima crisi finanziaria quando il nuovo ESM “costituzionalizzato” arriverà nel nostro Paese in proprio, armi e bagagli.

La seconda: il PD prende meno del 20% e Renzi perde il controllo del partito. In questo caso, verrebbe meno l’unica vera pregiudiziale ostativa ad un accordo con il Movimento 5 Stelle e con Liberi e Uguali. Anche in questo caso, il programma è già scritto. Nessun passo in avanti sulla tutela dei diritti dei lavoratori (salvo, forse, qualche aggiustamento sui contratti a termine), ma alcune concessioni alla sinistra ex-piddina su rivendicazioni sì di bandiera, ma altresì tanto amate dal capitale internazionale. Ad esempio: l’introduzione di una patrimoniale (richiesta a gran voce dalla Bundesbank prima e dalla UE poi), o la modifica della tassa sulle successioni (che è una patrimoniale postergata, à la Piketty), o la riforma del catasto (che è sempre una patrimoniale, ma soltanto su un certo tipo di cespite). In quota M5s avremo ulteriori tagli alla spesa pubblica (onestà!) e, forse, una qualche forma di reddito di cittadinanza. Più tutte le concessioni all’Unione Europea di cui all’ipotesi precedente.

Sopra, la preparazione per l’arrivo della vera Troika. Sotto, la Troika fatta in casa. Bella prospettiva (migliorata soltanto dall’interesse, tutto psico-antropologico, di vedere a quali acrobazie illogico-verbali saranno costretti i militanti grillini per giustificare l’ennesima giravolta della loro leadership). Ma sta nelle cose: tutti i partiti citati sono europeisti ed euristi e, pertanto, non possono che conformare la loro politica ed i loro obiettivi a quelli delle élite finanziarie che guidano l’Unione Europea. A divergere sono le “motivazioni intermedie”, molteplici come i packaging di prodotti – del tutto analoghi – sugli scaffali dei supermercati, il cui solo scopo – di marketing – è quello di soddisfare un po’ tutte le esigenze. Ed è per questo motivo che, in queste righe, non si fa cenno della Lega che, in quanto almeno timidamente sovranista, si troverà presumibilmente di fronte a un vicolo cieco: annacquarsi in un nuovo governo con Forza Italia, fino a venirne fagocitata, oppure continuare la propria politica attuale e rimanere vittima di una nuova conventio ad excludendum, assai più effettiva e rigida di quella storica.