Per un curioso capriccio del destino i due maschi alfa della politica italiana veleggiano sotto lo stesso nome, Matteo.
Due storie diverse, ma emblematicamente unite da una tendenza alla personalizzazione che ha avuto il suo abbrivio nella seconda repubblica, con l’irruzione sulla scena del personaggio Berlusconi. Gli epigoni del cavaliere sono Renzi e Salvini, culturalmente ed ideologicamente divisi da ampi spazi, ma entrambi naturalmente strutturati per attirare su di se un’attenzione ai limiti della morbosità e geneticamente divisivi.

Il giovane fiorentino, alfiere di una tumultuosa rivisitazione e ridefinizione del centrosinistra, ha scalato il partito ed il governo con incedere baldanzoso, sgominando gli avversari interni, ma non è riuscito a leggere il disagio del Paese, abilmente evocato dai media, e ad interpretarne la voglia di cambiamento. Sconfitto al referendum, che ha azzerato la riforma costituzionale su cui aveva puntato tutto, e duramente battuto alle elezioni politiche, vive oggi in una sorta di terra di nessuno, mentre l’altro Matteo macina consensi e si propone come uomo forte di un nuovo nazionalismo all’italiana.

Lo straordinario successo di Salvini nasce da un peccato di sottovalutazione nel quale sono incorsi avversari ed alleati del cdx e dalla sua capacità di essere in sintonia con gli strati popolari non ideologizzati, che apprezzano un linguaggio semplice e diretto, sideralmente lontano dall’odiato politichese, idioma abituale di una casta di addetti ai lavori.
Il primo approccio con il tema sanguinoso dell’immigrazione ce lo ha mostrato in pieno assetto di guerra, deciso a sfidare la retorica dell’accoglienza e le cancellerie europee, incurante di insulti ed aggressioni, dominus di una coalizione di governo nella quale avrebbe dovuto recitare un ruolo di secondo piano.

Ma siamo solo all’inizio del giro e le tappe dolomitiche, quelle con tanti colli da scalare ed arrivo in salita, sono ancora davanti a noi: le tasse, le pensioni, la povertà.
Solo se sarà in grado di superare queste prove durissime, senza provocare disastri nei conti pubblici, anatemi europei, condanne definitive delle agenzie di rating e destabilizzazione del Paese, l’altro Matteo, potrà dire di aver vinto una sfida che ha le sembianze della missione impossibile.