Perfino quando serpeggiava il malcontento, questo non aveva sbocchi, perché privi com’erano di una visione generale dei fatti, finivano per convogliarlo su rivendicazioni secondarie. Non riuscivano mai ad avere consapevolezza dei problemi più grandi.
— G. Orwell, 1984

I giganti di internet schedano massicciamente la popolazione, agiscono in un sostanziale stato di extraterritorialità dal punto di vista giuridico, addirittura amministrano la censura in nome e per conto dei governi amici. Siccome qualcuno – evidentemente non pago di aver acquistato, per il black Friday, l’ultimo modello di iPhone a prezzo scontato – ha sollevato più di un sopracciglio rispetto a questo stato di cose, ecco che la politica italiana, per evitare di discutere di cose serie, ha deciso di inventarsi l’ennesima buffonata, giornalisticamente nota come web tax.

Il senatore Mucchetti, presidente della commissione Industria e Finanze, già giornalista di Corriere, Espresso e Sole24Ore, ovviamente in quota PD, ha infatti depositato un emendamento alla legge di bilancio per il 2018 che prevede un’imposta sostitutiva pari al 6% dei ricavi per la cessione di servizi pienamente dematerializzati da parte di soggetti non residenti a soggetti residenti in Italia (regna il mistero sei questi fantomatici residenti siano solo le imprese, o anche i privati).

Gli esperti di diritto tributario, letta la disposizione, stanno ovviamente maramaldeggiando. “Ma come farà la banca a sapere se sta pagando per conto del proprio cliente una fornitura del tipo di quelle cui si applica l’imposta? Dovrà essere il cliente a ricordarsi di dirglielo? In quale pasticcio ci stiamo infilando?”, si chiede il prof. Stevanato. Che continua: “se un privato scarica un software non potrà pagare con carta di credito? Lo obblighiamo a compilare bonifico ad hoc stile ristrutturazioni edilizie? Chi pagherà il costo finale di tutto questo?”. Altri utenti, meno ferrati in diritto tributario ma comunque avvezzi a fare acquisti via internet, hanno notato come il meccanismo pensato dal legislatore diventa addirittura inapplicabile qualora il pagamento avvenga con PayPal.

La verità vera, d’altronde, è un’altra: questa tassa non si applicherà mai. Sarà prevista nella legge di bilancio per entrare in vigore nel 2019, ma nel corso del prossimo anno, rigorosamente dopo le elezioni, il governicchio più o meno tecnico in carica prenderà atto della sua inapplicabilità e la abolirà senza tanti clamori.

Quello che però è importante sottolineare è che si tratta di un’imposta sbagliata perché ne è sbagliato in radice anche il fine dichiarato, cioè il contrasto all’evasione o all’elusione. Se la mettiamo da questo punto di vista, non solo non raggiungeremo mai lo scopo prefisso (si tratta di fenomeni elusivi globali, difficilmente contrastabili con norme nazionali, e di questo tipo poi; inoltre l’elusione è propria di tutti conglomerati multinazionali, non solo di quelli del web), ma anzi rischiamo di renderle giuridicamente inefficaci. Proprio in questi giorni l’Autorità Antitrust, con sincero sprezzo del ridicolo, ha reso noto al Parlamento che la cosiddetta tassa Airbnb, cioè la cedolare secca sugli affitti brevi al 21% introdotta con la manovra-bis, “appare potenzialmente idonea ad alterare le dinamiche concorrenziali tra i diversi operatori, con possibili ricadute negative sui consumatori finali dei servizi di locazione breve”. In altri termini: se chi fa l’affittacamere al nero deve iniziare a dichiarare i propri redditi, è possibile che il costo delle stanze aumenti.

Qui il discorso che andrebbe fatto è un altro. Preso atto della fallacia dell’identificazione fra consumatore e lavoratore dipendente (pure in passato sposata da gran parte della dottrina giuridica marxista) ed anzi dell’artificioso utilizzo – da parte di molte imprese della new economy – dei diritti della prima categoria a compressione di quelli della seconda (Amazon o Uber o Ryan Air la chiamano disruption, chi ci lavora sfruttamento, cioè dumping salariale nei confronti dei concorrenti), bisognerebbe concludere per una ridefinizione costituzionalmente orientata anche delle norme fiscali. L’assenza della politica nella vicenda dello sciopero di Castel San Giovanni (la frase di Renzi – “Non conosco la vicenda Amazon, se scioperano avranno le loro ragioni. In generale in Italia c’è un problema di salari” – grida vendetta) e le reazioni sdegnate di chi dovrà attendere mezza giornata in più per ricevere qualche idiozia ordinata in rete (commento medio: come si permettono di fare sciopero loro, visto che un lavoro alla fine ce l’hanno; se poi il lavoro è da schiavo non importa) sono campanelli di allarme molto gravi.

Se i consumatori utilizzano Amazon perché è conveniente, e se questa convenienza deriva per lo più da pratiche di dumping salariale o di dumping tout court (Amazon, per tagliare fuori i propri concorrenti, non fa quasi margini), la leva fiscale deve essere utilizzata anche e soprattutto per azzerare questa convenienza. Tra l’altro, Amazon è toccata in modo molto relativo dall’emendamento Mucchetti, che riguarda solo i servizi completamente dematerializzati, e non anche la cessione di beni tramite piattaforme informatiche.

Se Uber, o Airbnb, lucrano mediante la c.d. sharing economy, mettendo una terribile pressione economica sugli operatori professionali dei diversi settori interessati (hotel, tassisti), la leva fiscale deve assicurare l’azzeramento del profitto di tali intermediari, oppure un aumento dei prezzi coerente con il mercato.

Questo ragionamento ribalta completamente la prospettiva: all’imposizione diretta si dovrà preferire quella indiretta, la traslazione dell’imposta sul consumatore finale è un obiettivo e non una fastidiosa esternalità, i soggetti da colpire maggiormente non sono quelli cui pensa l’attuale disposizione (Google, Facebook, Booking e simili, quelli cioè che vendono pubblicità), bensì tutte le imprese che fanno intermediazione telematica di servizi resi in modo non professionale (Airbnb, Uber) ovvero vendita di beni tramite internet (Amazon).

Pare che, a voler seguire questi obiettivi, si incontrino insormontabili ostacoli posti dalle disposizioni dei Trattati UE. Il lettore sa quanto lo scrivente abbia in pregio tali ostacoli, quando si tratta di attuare la Costituzione.