Inutile nascondersi che il Regno Unito, a pochi giorni dal voto, sia sotto attacco terroristico: qualche mese fa, sul ponte di Westminster, Khalid Masood investì mortalmente con un Suv 5 passanti ed accoltellò a morte un poliziotto all’ingresso del Parlamento; due settimane fa la Manchester Arena è stata lordata del sangue innocente di 22 ragazzi accorsi ad assistere al concerto di Ariana Grande; sabato scorso si è registrato un ulteriore attacco – sul Ponte di Londra e poi a Borough Market – nuovamente con un’auto. Inutile anche nascondersi che, con ogni probabilità, proprio l’appuntamento elettorale sia uno dei motivi di questa recrudescenza della violenza, la quale non potrà non avere effetti sulle decisioni dei cittadini chiamati ai seggi. Questo terrorismo, di matrice islamista, porta dunque in sé una componente politica non secondaria.

Il Regno Unito ha già conosciuto in passato la violenza politica nel quadro del conflitto nord-irlandese. L’Ira ha colpito, e duramente. Tuttavia gli obiettivi dell’Ira erano palesi (l’indipendenza dell’Irlanda del Nord) e le operazioni, anche sanguinose, erano comunque rivolte ad obiettivi economici e, soprattutto, militari (a fronte invece di rappresaglie protestanti spesso indiscriminate) quando non addirittura politici (notissimo il tentativo di omicidio di Margaret Thatcher del 12 ottobre 1984). Lo stesso può dirsi – sia pure in modo più attenuato – dell’Eta in Spagna, anch’essa movimento indipendentista violento, ma dalla chiara linea programmatica. D’altronde tanto l’Ira quanto l’Eta – ancorché organizzate per motivi di sicurezza in “cellule” – hanno avuto, quanto meno in certi periodi, una struttura di derivazione, diciamo, militare.

Il “terrorismo islamista” è una cosa totalmente differente. Produce attentati che a volte presuppongono una certa raffinatezza nella preparazione (Manchester), a volte appaiono invece opera di Lupi solitari (Londra), a volte infine addirittura sembrano il frutto di soggetti paranoidi. Non si vede alcuna connessione. Ad essere colpiti non sono militari, non sono luoghi simbolici, non sono interessi economici; sono semplici cittadini, inermi e incolpevoli. Né pare possibile spiegare tanta violenza e tanta poca strategia con un supposto odio diffuso nei confronti dei “costumi occidentali”, o degli “infedeli”: quello che vale a dare ragione dei singoli comportamenti individuali non pare valere (fosse soltanto per l’evidente velleitarismo) a livello più ampio, potremmo dire lato sensu “politico”.

Ma se le cose stanno così, allora il paragone più proficuo è quello che può essere instaurato fra questo terrorismo cieco e le stragi insolute italiane, tra “islamismo” e strategia della tensione. Stessa difficoltà di lettura del concatenarsi degli eventi (almeno prima facie), stessa volontà di uccidere in modo indiscriminato, stesso risultato pratico a livello socio-politico (cioè una diffusa paura nella popolazione).

Senonché la stagione stragista italiana appare come il frutto, se non di un disegno criminoso unico, certo di un contesto unitario, in cui le analogie più inquietanti che legano i vari episodi è rappresentata da un comportamento di alcuni apparati statali qualificabile se non proprio come connivente quanto meno come tatticamente “armistiziale” (per usare la parola della Commissione Pellegrino). Il tutto, volto al raggiungimento di un unico fine, l’insorgenza di un clima di forte tensione politica, tale da giustificare se non un colpo di Stato, quanto meno una forte richiesta sociale d’ordine e di involuzione autoritaria delle Istituzioni e della stampa (di cui un esempio è il noto Piano di rinascita democratica della P2).

Sta succedendo la stessa cosa nel Regno Unito in particolare e in Europa in generale? I mandanti di tutte queste azioni terroristiche non sono conosciuti, la strategia di fondo di comportamenti all’apparenza folli neppure. Per queste cose serve prospettiva. Cioè tempo. Ma alcuni risultati già si vedono con chiarezza. A fructibus eorum cognoscetis eos. “Quando è troppo è troppo!”, ha tuonato Theresa May, che non ha perso tempo sia a chiedere alle principali imprese del web “azioni concrete” per arginare quello che lei definisce “l’odio” che si propagherebbe nella rete, sia ad annunciare un inasprimento delle misure repressive nei confronti di tutti i reati (anche i reati minori) in qualche modo legati al terrorismo. Cioè, a chiedere una censura soft delle piattaforme su internet e imporre una significativa riduzione della privacy dei propri cittadini.

Una chiave di lettura che apre molte porte.

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