L’infinita saga della questione siriana ha avuto come luogo di svolgimento del suo ultimo capitolo la Ghouta, regione della Siria meridionale, distante pochi chilometri dalla capitale Damasco. Soprattutto negli ultimi giorni infatti, le forze del presidente Bashar al-Assad hanno intensificato il bombardamento indiscriminato della zona, e anche e soprattutto grazie al sostegno di Iran e Russia, sembrano vicine a dare il colpo di grazia ai ribelli e a riproporsi come unica forza nel’ormai ex enclave.

Nella fattispecie, abbiamo assistito ad una vera e propria escalation nel dispiego di forze e mezzi da parte dei militari a partire da metà febbraio. Anche in questa circostanza, tra le armi usate dai militari sono state trovate anche armi chimiche. L’utilizzo di tali armi è stato proibito a partire dal 1997, in una convention tenutasi in doppia sede a Parigi e a New York, il cui risultato è stato un trattato che prevede il divieto assoluto a tutti gli stati di utilizzo e possesso di questo tipo di armi. Esso è stato ratificato da quasi tutte le nazioni del pianeta, tra cui anche la Siria. Tuttavia, durante gli anni successivi alla Primavera Araba, è stato dimostrato che il paese ne ha fatto più volte uso, violando il trattato internazionale e con esso anche i diritti umani. Chi ha pagato le più care conseguenze di tutto ciò sono stati i civili, totalmente in balia degli eventi e indubbiamente maggiori vittime di una guerra che dopo sette anni, continua ad imperversare nel paese.

Specialmente in zone di guerra, ciò che deve essere sempre garantito e che assume fondamentale importanza è proprio il rispetto dei diritti umani. Essi sono diritti inalienabili garantiti ad ogni essere umano e frutto della “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”, firmata e approvata a Parigi alla fine del 1948. Oltre al sopraccitato utilizzo delle armi chimiche, sono molti atri i modi in cui tali diritti sono stati violati in Siria negli ultimi anni: lo fanno notare i numerosi report che ci arrivano sia da organizzazioni umanitarie come Amnesty International o Medici Senza Frontiere, sia direttamente dagli organi competenti all’interno dell’ONU stessa, garante per eccellenza di questi diritti. Essi parlano di bombardamenti su ospedali e zone residenziali, di stragi ad opera del governo, di stupri, di assedi e di negazione dell’assistenza umanitaria. Questo, tuttavia, non vuole essere un mero elenco cronologico dei diritti violati, quanto piuttosto una riflessione sulla quasi totale immobilità di ogni tipo di organizzazione sovranazionale nei confronti di questa catastrofe umanitaria, l’ONU su tutte. Ho usato l’aggettivo “sovranazionale” invece di “internazionale” per sottolineare come, in quanto “al di sopra delle nazioni”, dovrebbe essere in grado, almeno in situazioni di rara gravità come quella siriana, di fare sentire la propria presenza. Invece  l’eterna partita a scacchi tra USA e Russia (sebbene qui la situazione sia più complicata e coinvolga più attori) non si ferma. Non è stato possibile neanche permettere ai veicoli della croce rossa di entrare nella regione per soccorrere i civili feriti. Le immagini che il mondo ha visto arrivare da Aleppo prima e dalla Ghouta negli ultimi giorni, non sono state sufficienti: la clessidra continua a essere in bilico, e le vite umane continuano a disperdersi come granelli di sabbia.
Per farci un’idea della totale impotenza dell’ONU, basti pensare che la tregua indotta dal Consiglio di Sicurezza a fine febbraio è stata completamente ignorata. Due giorni fa, a seguito di nuovi bombardamenti, le Nazioni Unite hanno provato nuovamente a fare sentire la loro voce, senza però ottenere nessun risultato.
A dire il vero, affermare che l’ONU non abbia alcun potere è concettualmente sbagliato: il suo più grande difetto è però quello di essere, fin dalla sua fondazione, controllata dagli stati economicamente e militarmente più potenti. E’ perciò chiaro che qualora non fosse nell’interesse di queste nazioni di interrompere un conflitto, esso andrà avanti in eterno.

A testimonianza del caos vigente in Siria, nella giornata di ieri i civili di due grandi città della Ghouta hanno festosamente accolto i carri armati del governo sventolando la bandiera nazionale. Abbiamo assistito all’acclamazione dei carnefici ad opera delle vittime. La popolazione è ridotta allo stremo, non ha punti di riferimento chiari e non sa più di chi si può fidare. Avvenimenti come questo sono l’ulteriore conferma che i ribelli non hanno mai saputo proporsi come soluzione e alternativa reale ad Assad, talvolta utilizzando metodi ancora più brutali di quelli del governo.