Nello scorso articolo avevo parlato dei temi che sarebbero stati affrontati durante lo storico incontro tra Donald Trump e Kim Jong-un. I due leader si sono incontrati presso l’isola di Sentosa, a Singapore. Il clima tra i due è apparso disteso e sereno, l’opposto rispetto alle minacce che fino a qualche mese fa erano soliti scambiarsi.

Alla fine dell’incontro, Trump e Kim Jong-un hanno firmato un documento congiunto nel quale, tra i punti più importanti, è possibile trovare “la completa denuclearizzazione della penisola coreana” e “l’impegno a stabilire nuovi relazioni tra i due Paesi […] per giungere a pace e stabilità”. Kim ha inoltre promesso la distruzione di un nuovo sito missilistico, dopo quella presunta di Punggye-ri; mentre Trump ha affermato che gli Stati Uniti interromperanno le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, definendole “provocatorie”. Lo stesso Kim, in passato, aveva definito questi war games come provocazioni verso la sicurezza nazionale nordcoreana. Trump ha anche accennato al fatto di voler riportare prima o poi i quasi 30000 soldati americani dispiegati in Corea del Sud a casa, aggiungendo però che non era quello il momento adatto e che le sanzioni internazionali rimarranno in piedi come stabilito.

Ad una prima occhiata, sembra chiaro chi sia il vincitore di questo summit: Kim Jong-un. Bisogna infatti ricordare che si tratta di un dittatore il quale paese fino a qualche mese fa era isolato sia dal punto di vista economico che sulla scena internazionale e dove i diritti umani vengono violati, che ora si siede al tavolo a trattare alla pari con il Presidente degli Stati Uniti e viene acclamato per le vie di Singapore. Sembra che Kim abbia ottenuto ciò che voleva, almeno in parte, concedendo poco in cambio agli Stati Uniti: nel documento firmato si parla di completa denuclearizzazione, senza però nessuna enfasi su termini quali verificabile ed irreversibile, condizioni che sembravano stare molto a cuore agli Stati Uniti. Inoltre, bisogna fare una distinzione su cosa le due diplomazie intendano per completa denuclearizzazione: per Washington vorrebbe dire un completo disarmo e l’invio di ispettori internazionali nei siti precedentemente adibiti alla costruzione di armi atomiche, mentre per Pyongyang potrebbe significare un graduale disarmo, rispettivamente accompagnato da una diminuzione dei soldati americani dispiegati in territorio sudcoreano e la rimozione dell’ “ombrello nucleare” statunitense su Corea del Sud e Giappone (con questo termine si intende un accordo volto a dare garanzie tra un paese possessore di armi atomiche ed un suo paese alleato che non ne possiede). Inoltre, le vere dimensioni dell’arsenale atomico nordcoreano e della sua macchina dello sviluppo non sono chiare, viste le poche informazioni che giungono dal paese: secondo il Rand Corporation report del 2014, il paese di Kim possiederebbe 141 siti nucleari, con il più grande che coprirebbe quasi otto chilometri quadrati di terreno; per una completa denuclearizzazione servirebbero circa 15 anni, tutto ciò contando di avere la completa disponibilità dello stato nordcoreano, che già in passato ha dimostrato di non rispettare i patti (nel 1992 la Corea del Nord firmò un trattato di non proliferazione nucleare con l’ Aiea, che però non li fermò dalla produzione e lo sviluppo di una gigantesca industria atomica).

Negli Stati Uniti, l’opinione pubblica è divisa sull’interpretazione dei risultati di questo meeting. I commenti all’interno del GOP (il Partito Repubblicano) sono cauti: se molti concordano sul fatto che si tratti di un primo passo verso la denuclearizzazione della Corea, l’eliminazione delle esercitazioni militari e la legittimazione politica data a Kim raccolgono pareri contrastanti. Reazioni miste arrivano anche dai paesi geograficamente più interessati, ossia Corea del Sud, Cina e Giappone. Moon Jae-in, presidente sudcoreano ed uno dei promotori di questo incontro, si è detto felice e disponibile a lavorare con Trump per l’implementazione di questi accordi. Moon è però preoccupato da una possibile rimozione del contingente americano nel suo paese, che lo lascerebbe, insieme al Giappone, più esposto alla minaccia nordcoreana. L’altro grande attore politico asiatico, la Cina, ha definito il summit come di grande importanza ed un passo in avanti. Dal canto suo, una rimozione dell’esercito americano dalla penisola coreana verrebbe vista di buon occhio, data la convinzione che più che contenere la Corea del Nord quelle truppe servirebbero in realtà per contenere la Cina stessa.

Tirando le somme, l’incontro tra Trump e Kim è stato senza dubbio di un’importanza storica ed un importante passo verso un cambiamento nelle relazioni tra i due paesi. Questo processo richiederà altri incontri ed un duro lavoro delle due diplomazie ma per ora, almeno sulla carta, il primo round va a Kim Jong-un.

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Sono nato a Modena nel 1994. Dopo una laurea in Lingue e Culture Europee ho trascorso sei mesi in Spagna. Attualmente studio Relazioni Internazionali all'Università di Bologna. Mi interessa la geopolitica e più in generale cosa succede nel mondo. Appassionato di sport e viaggi.