“Gli siamo vicini e andiamo avanti senza paura” ha commentato don Luigi Ciotti all’indomani del vile, ennesimo episodio intimidatorio contro don Ennio Stamile, coordinatore regionale per la Calabria di Libera, l’associazione fondata da don Ciotti nel 1995 che si occupa di sensibilizzare e contrastare il fenomeno delle mafie.

Tutto è accaduto la sera del 6 gennaio a Cetraro (Cosenza): don Ennio, dopo aver partecipato ad una cena con i capi scout, ha ritrovato appeso allo specchietto della sua auto un capretto morto: un classico degli avvertimenti e del linguaggio mafiosi. Don Stamile, che per molti anni è stato parroco della chiesa di San Benedetto a Cetraro non è nuovo a questo tipo di vessazioni di matrice mafiosa: già in passato aveva subito atti intimidatori da parte della mafia locale, dall’autovettura danneggiata alle violenze vandaliche consumate in canonica.

Cetraro, sulla costa tirrenica calabrese, è la roccaforte del clan Muto che detiene il monopolio sul pesce, sulla ristorazione, sull’edilizia, sul commercio e naturalmente sullo spaccio degli stupefacenti, con estensione della propria sfera di azione in Basilicata, Campania e Lazio, sebbene negli ultimi tempi non se la passi proprio bene, a causa dei contrasti con le altre cosche del luogo, sempre pronte a rivendicare i loro “legittimi” spazi.

Don Ciotti ha ribadito la volontà di andare avanti nella lotta alla criminalità organizzata e all’illegalità in una terra come in questo caso la Calabria, martoriata dalla criminalità organizzata e dalla cultura mafiosa, richiamando la politica, le istituzioni, i cittadini a fare ognuno la propria parte. Ma la parte, quella che porta a risultati concreti, la devono fare le istituzioni e non i cittadini. Il problema è proprio questo: le istituzioni sono del tutto assenti, di fatti la malavita organizzata con i suoi capi, i capetti, i servi e i vassalli continua per la sua strada; ai cittadini non resta che fare la solita fiaccolata con striscioni e cartelloni, a dire che con la mafia non ci stanno, certo, ma i cittadini in tutto questo purtroppo non hanno alcun potere: la cultura mafiosa è affare della politica e delle istituzioni; la buona volontà di un corteo può mostrare tutta la faccia pulita della gente comune, ma non cambia le cose, perché non è in potere della gente cambiare questo stato di cose e men che meno con le fiaccolate.

Puntuali sono giunte a don Stamile le manifestazioni di solidarietà, a cominciare dal presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, quindi del segretario generale della Cgil Calabria, Angelo Sposato eccetera eccetera, tutti costernati davanti al microfono di turno, a sciorinare le solite belle parole imparate a memoria e ripetute a cantilena, fatte di condanna, di vicinanza, di solidarietà, di impegno che ai cittadini, quelli onesti, sempre più inermi ed impotenti, francamente nemmeno interessano.

Come stanno al momento le cose? Al momento le cose stanno così: lo Stato è latitante ma questa non è una novità; i cittadini, quelli onesti, sempre più inermi ed impotenti,  continuano le loro marce con striscioni e cartelloni; giornali e tv hanno fatto il loro lavoro, ossia hanno appreso, registrato, mostrato ed archiviato; la malavita organizzata, dal canto suo, continua la sua propria vita, il suo proprio stile: al prossimo disturbo ci sarà un altro capretto morto, oppure un’altra macchina incendiata oppure, perché no, magari un uomo steso a terra.