Di recente ho cercato di scrivere il più possibile su alcune idee e riflessioni a lungo respiro, l’intenzione è quella di non schierarmi prematuramente dinanzi agli eventi in corso e non giudicare prima del dovuto una determinata scelta politica. Nonostante, quando ci si trova di fronte al discorso e l’azione politica di Salvini, diventa impossibile non schierarsi da qualche parte.

Anche se sono trascorsi più di tre mesi e mezzo dalle elezioni, il leader della Lega non ha ancora smesso di fare campagna. L’attuale ministro degli interni accusa una confusione pericolosa tra partito e governo, trasformando il proprio dicastero in uno strumento di propaganda orientato ad approfondire le fratture sociali su cui ha ottenuto 17% delle preferenze alle politiche dello scorso marzo.

Salvini, nel suo discorso, continua a far leva sulla dicotomia amico-nemico trasformando il proprio dicastero nel luogo idoneo per distinguere una parte sana della società da un’altra parte non sana. L’attuale ministro dell’interno afferma di rappresentare la maggioranza degli italiani che, secondo lui, riscontra nell’immigrazione “clandestina” l’origine di quasi tutti i suoi problemi

La costruzione propagandistica della Lega vuole dare l’impressione che gli italiani si siano ribellati votando in massa Salvini, che il loro leader rappresenti la volontà di una stragrande maggioranza che vede in lui la salvezza del nostro paese dinanzi ai “poteri forti”, le banche, i “burocrati di Bruxelles”, l’immigrazione “clandestina” e ogni nemico esterno utile a legittimare un partito che non ha alcun programma per risolvere i problemi strutturali – di natura economica e sociale – che affronta l’Italia.

La strategia è quella di semplificare il tutto. Dato che un vero programma politico non paga perché ci vuole un attimo a diventare impopolari se si vogliono risolvere i problemi di fondo, è meglio puntare su un bersaglio al quale dare tutte le colpe e, con la propaganda giusta, far credere che l’eventuale sconfitta del “buonista”, del “clandestino” (e le innumerevoli etichette attribuite all’altro) determinerebbe la soluzione ai nostri problemi.
A proposito di “clandestinità”, mi sembra che il termine calzi a pennello con un Salvini che ottiene il 17% delle preferenze, arriva terzo alle elezioni – sempre dietro il PD – ma si autoproclama rappresentante della maggioranza degli italiani. La clandestinità, in questo caso, sta nell’usurpazione di una condizione – quella di maggioranza – che non è merito suo, ma è frutto di una coalizione che lo vede in minoranza di fronte al M5S.

Questo sogno di gloria potrebbe apparire innocente fin quando notiamo che Salvini e la Lega vogliono farci capire che il loro 17% vale più del resto. Se così si comportano quando arrivano terzi alle elezioni politiche, non vorrei immaginare la tirannia che si aprirebbe se, per sfortuna, prendessero oltre il 30% alle prossime politiche. Altro che buon senso…!