Ho assistito con qualche malinconia alla performance di Renzi nel salotto di Vespa ed ho faticato a riconoscere nell’ospite di ieri sera il giovane spavaldo, ottimista ed arrembante, che sprigionava energia da tutti i pori e trasmetteva sicurezza e voglia di fare.

Un Renzi minore, quasi ripiegato su se stesso, alla stregua di un motore depotenziato per limitarne la velocità, visibilmente appesantito da una sorta di disincanto esistenziale e non più in grado di contagiare con l’incisiva freschezza di un’evidente diversità.

Mentre rispondeva, frenato e compunto, alle domande del conduttore e di due giornalisti, che aggiungevano all’evento ulteriori sfumature di grigio, mi sono agevolmente ritagliato lo spazio per riflettere sulla vicenda politica ed umana di un leader improvviso  ed opportunamente divisivo, che era riuscito a smuovere le acque stagnanti della palude italiana.

Ed ho pensato alla dura sconfitta referendaria, ai deludenti risultati nelle consultazioni amministrative celebrate prima e dopo l’evento più significativo, alla perdita di grandi città, alla cruenta rivolta dei rottamati.

Fatti che ne hanno fiaccato la baldanza, senza minarne la combattività, attestata dalla sonante vittoria alle primarie, ma superati tutti dal ritorno sulla scena dei grandi vecchi, dei Prodi, dei Veltroni, nel ruolo di potenziali rammendatori degli strappi provocati dall’incauto iconoclasta.

La forza evocativa degli accorati appelli all’unità, lanciati dai protagonisti di una stagione che il Renzi maggiore credeva di aver cancellato, è per lui più dirompente di qualsiasi sconfitta elettorale.

Solo il rumore delle armi e l’aspro odore della battaglia finale potrebbero forse allontanare dal suo sguardo la cupa mestizia di questi giorni.