Ultimamente, Paolo Attivissimo è occupato a testare le prestazioni di automobili Tesla da circa 100.000 Euro (problema che attanaglia milioni di italiani, in procinto di rottamare la propria Panda), mentre su “Bufale un tanto al chilo” si trovano articoli interessantissimi sul “riccio come animale da compagnia” (e meno male, visto che un articolo sull’andamento del debito pubblico italiano si apre con l’ammissione – poco tranquillizzante – dell’estensore di “non capire nulla di economia”). Riotta, poi, sta facendo le Serali in Diritto Costituzionale. Per cui debunker mi devo improvvisare io.

Oggi, Francesco Daveri – chiaramente sotto shock per i progressi delle trattative fra Movimento 5 stelle e Lega – ha sostenuto, anche alla televisione, nell’ordine: (i) che “un contratto ha valenza tra le due persone che lo fanno e non provoca conseguenze per terzi (speriamo che i costi di questo contratto di governo non li debbano pagare gli italiani); (ii) che, tuttavia, “se a causa del contratto con lo spread salgono i tassi sui mutui, i mutuatari possono fare causa per il danno subito contro i firmatari del contratto”; (iii) che, infine, vi sarebbe una certa differenza fra “un accordo privato (firmato davanti a un commercialista)” e “una decisione di politica pubblica”.

Se fossero semplici sproloqui di una vedova del governo Gentiloni, non sarebbe il caso di perderci troppo tempo. Ma il problema è che a parlare è il “Professor of Practice” e direttore del programma “Full-Time MBA” della “SDA Bocconi School of Management” dell’Università Bocconi (qualsiasi cosa un titolo del genere – preso pari pari da Wikipedia – voglia dire).

Cosa ci dice, il suddetto professor? Primo, che quello che Luigi di Maio e Matteo Salvini hanno battezzato come “contratto”, invece che come “patto”, per marcare la differenza fra un accordo di governo e un’alleanza politica stabile, sarebbe un “contratto” in senso giuridico. Non riflette, però, il professor, che l’art. 1321, c.c., impone che un contratto abbia ad oggetto un “rapporto giuridico patrimoniale”, cosa che – nel caso di specie – non è neppure immaginabile (è il motivo per cui il matrimonio può essere molte cose, ma non un contratto).

Dunque, per quanto il prof. Daveri si ingegni, siamo di fronte a un accordo politico, e nulla più (tralasciamo il riferimento errato all’art. 1372, c. 2, c.c. sugli effetti solo fra le parti di un contratto: basti pensare agli effetti sui terzi che ha un contratto di compravendita).

Ma ecco che il luminare tira fuori il coniglio dal cilindro. Attenzione, dice a noi volgo ignorante, le cose cambierebbero se quel documento fosse sottoscritto dinanzi a un notaio, o a un commercialista. Ora, il povero estensore di queste righe sa che – in certe circostanze – la forma scritta può incidere sulla validità di un accordo (art. 1350, c.c.) e distingue – a seconda dell’intervento, o meno, di un notaio – una scrittura privata da un atto pubblico, con quel che ne consegue. Ma che un documento non vincolante acquisti valore negoziale a seconda del lungo della sua stipulazione e che, addirittura, uno di questi luoghi “giuridicamente rilevanti” sia lo studio di un commercialista, beh questo il sullodato estensore proprio non lo sospettava.

Su queste solidissime basi, il professor imbastisce un altrettanto inattaccabile ragionamento. Primo: che dall’esecuzione di un contratto possa derivare una responsabilità per danni (a terzi indeterminati) in capo ai contraenti del contratto medesimo. Ora, le possibilità sono due: o, nel ragionamento di Daveri, (i) la responsabilità extracontrattuale (quella verso gli Italiani) deriverebbe dall’esatto adempimento – da parte di Salvini e Di Maio – del presunto “contratto” di governo, e allora si tratterebbe di uno scoop assoluto, dal momento che una responsabilità di questo genere non esiste nell’esperienza giuridica italiana; oppure (ii) sarebbe la conseguenza di un inadempimento (ma quale?) di tale “contratto”, e allora bisognerebbe dimostrare che il caso concreto rientrerebbe in quelli tipicamente riconosciuti dalla giurisprudenza (responsabilità pre-contrattuale, responsabilità per istigazione, responsabilità per lesione del diritto di credito di terzi).

In realtà, è presumibile che il prof. Daveri intenda dire che i presunti “danni” deriverebbero dalle dichiarazioni, in sede di trattativa, dei due leader. Ma è evidente, anche in questo caso, che si tratta di dichiarazioni politiche, e tutto il castello cade di nuovo.

Ma passiamo oltre. Poniamo anche che il prof. Daveri abbia ragione. D’altronde è un economista mainstream, cosa che gli rende molto facile parlare con una certa prosopopea di ciò che non conosce. Quale sarebbe il “danno ingiusto” subito dagli Italiani? Sarebbe, udite udite, l’aumento della rata del mutuo a seguito dell’aumento dello spread sui Titoli di Stato italiani. Ecco il tweet (che riporto onde sgombrare il campo sui tentativi di precisazione successivi dell’accademico, tesi a distinguere fra mutuatari attuali e futuri, fra tasso attuale della raccolta e tasso futuro, ecc.).

Ora, finché mia nonna confonde lo spread – parola eteroclita che significa, semplicemente, differenziale – sui Titoli di Stato (cioè il differenziale fra il tasso di interesse pagato da un BTP italiano e quello pagato da un Bund tedesco) e lo spread applicato per il calcolo della rata di mutuo (cioè l’ulteriore tasso, da aggiungere all’Euribor, con cui calcolare gli interessi a favore della banca finanziante), poco male. Ma se un’operazione del genere la fa un professore della Bocconi, la cosa è quanto meno preoccupante.

Cerchiamo di essere chiari, allora. Se sale lo spread sui Titoli di Stato, allo spread sui mutui non succede alcunché. La rata del mutuo varia a seconda delle variazioni del tasso Euribor, che però  è il tasso di interesse medio delle transazioni finanziarie in Euro tra le principali banche europee. Ora, pensare che i tassi sull’interbancario dell’intero continente siano influenzati dall’andamento dei Titoli di Stato italiani, è idea francamente ridicola; a influenzare l’Euribor sono moltissimi fattori, primo fra tutti, però, le decisioni di politica monetaria della Banca centrale. Preoccuparsi del rialzo delle rate del mutuo in un periodo di Zero-Interest-Rate-Policy e di liquidità più che sovrabbondante è, obiettivamente, un non senso.

I tentativi di disinformazione non riguardano solo i giornali o la televisione. Si incontrano in tutti i gangli della cultura. Sarà una battaglia difficilissima.

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