I costi delle cure mediche per l’Alzheimer sostenuti dai parenti dei malati ricoverati nelle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) devono essere a carico  dello Stato. La Corte di Cassazione (sentenza n. 22776 del 2016) ha stabilito che nel caso dell’Alzheimer è impossibile distinguere tra le quote di natura sanitaria, a carico della Regione, e quelle di natura assistenziale sostenute dai pazienti.  E le Regioni rischiano di dover rimborsare migliaia di cittadini. Vari Tribunali hanno già pronunciato sentenze in questo senso.

Partiamo dalla Capitale. Nel 2016, il Tribunale di Roma ha dato ragione ad una signora romana che ha dovuto sostenere per i quasi tre anni di ricovero del padre, affetto da Alzheimer avanzato, spese onerose per il mantenimento in una RSA. La Regione Lazio è stata condannata a restituire alla signora oltre tredicimila euro, inclusi gli interessi legali.

La sentenza non è stata impugnata, e sono passati due anni. Ma non è cambiato nulla: la Regione Lazio non ha rivisto il proprio regolamento sanitario e le rette per le degenze nelle RSA sono sempre a carico dei parenti. E chi non riesce a saldare il conto, prima o poi riceve un’ingiunzione di pagamento.

Per questo l’associazione “Avvocato del Cittadino” ha avviato una class action. Un aiuto concreto ai familiari che ancora oggi devono sostenere l’onere non solo umano e psicologico, ma anche finanziario dei malati di Alzheimer. “Avvocato del Cittadino” è partita dall’idea e dalla passione di Emanuela Astolfi, giornalista e avvocatessa romana che collabora con enti di volontariato. Lo scopo dell’associazione è rendere i principali mezzi di tutela del cittadino accessibili a tutti. Per fissare un appuntamento, basta collegarsi al sito www.avvocatodelcittadino.com

Nel mondo le persone affette da una forma di demenza sono quasi cinquanta milioni e si stima che la cifra raddoppierà entro i prossimi vent’anni (un nuovo caso ogni 3,2 secondi). Secondo la Federazione Alzheimer Italia, nel nostro Paese la demenza colpisce oltre un milione di persone. In Italia demenza e malattia di Alzheimer hanno causato 26.600 decessi nel 2014 (ultimi dati disponibili), quasi il doppio rispetto a quelli del 2003 (14.685), passando dalla nona alla sesta posizione tra le maggiori cause di morte in Italia.

E come risponde la Sanità pubblica a questa emergenza? Per dirla con un eufemismo, in modo inadeguato. Sia per risorse, sia per strutture messe a disposizione. Il piano nazionale demenze del 2014 prevede la riorganizzazione e il potenziamento di una rete di servizi in grado di garantire la diagnosi, la presa a carico e la continuità assistenziale al malato e alla sua famiglia nelle diverse fasi della malattia. Fra i servizi previsti per l’assistenza ai malati, in alternativa alle RSA, vi sono i Centri diurni demenze/Alzheimer. Ma questi centri stentano a diffondersi sul piano nazionale e sono del tutto inadeguati alle necessità.

Dei 975 centri diurni per anziani non autosufficienti presenti in Italia, solo 141 sono interamente dedicati ai malati di Alzheimer o con demenza: 2511 posti che raggiungono solo 0.19 anziani su mille. In concreto, un posto ogni 5000 anziani. Un posto che deve fronteggiare 320 malati di Alzheimer.

Una riflessione in più: nel nostro Paese ci sono 168,7 anziani ogni 100 giovani (dati aggiornati al primo gennaio 2018).  Siamo il secondo Paese più vecchio al mondo e nel 2017, per il terzo anno consecutivo, il numero delle morti ha superato quello delle nascite.

Alzheimer e demenza rischiano di scalare altre posizioni nella triste classifica delle maggiori cause di morte. E se il grado di civiltà si vede – come sicuramente è – anche da come un Paese tratta i fragili e i deboli, siamo messi proprio male.