Sono passati quattro mesi e mezzo dalle elezioni politiche tedesche del 24 settembre. In questo lungo periodo di tempo la Germania ha vissuto un’insolita crisi politica, la più lunga del dopoguerra, che non ha permesso la formazione di un governo nelle settimane successive alle elezioni. Dopo il clamoroso fallimento della coalizione Giamaica i due maggiori partiti tedeschi, la Cdu di Merkel e la Spd dell’ex presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz, si sono trovati per le mani solo due alternative: tornare alle urne, ma ciò avrebbe comportato una disfatta elettorale e avrebbe avvantaggiato solo l’estrema destra dell’Afd, oppure trovare un accordo.

Nonostante il no iniziale di Schulz a una nuova Grosse Koalition, grazie all’intervento del presidente della repubblica Steinmeier e del presidente francese Macron, Schulz si è convinto che la Grosse Koaliton era l’unica possibilità. Rifiutarsi di partecipare alle trattative per la formazione del governo sarebbe stata una grave mancanza di responsabilità nei confronti del paese, nonché uno schiaffo alla stabilità politica della Germania.

I colloqui tra l’unione cristiano democratica Cdu-Csu e l’Spd hanno prodotto, lo scorso mese, un accordo preliminare di governo, composto da 28 pagine, i cui temi principali erano tasse, pensioni, immigrazione ed integrazione europea. L’ultima parola sull’accordo preliminare è spettata al congresso Spd che ha accettato i contenuti dell’accordo e dato il mandato a Schulz di proseguire i colloqui per raggiungere l’intesa di governo. Il risultato della votazione tuttavia, ha fatto emergere una profonda spaccatura all’interno dell’Spd dove un’importante minoranza si è detta contraria a una nuova Grosse Koalition.

Nonostante ciò Schulz ha proseguito le trattative con Merkel e Seehofer e infine si è giunti al tanto atteso accordo di governo. I punti principali dell’accordo sono istruzione, investimenti, digitalizzazione e sicurezza. Per quanto riguarda la spartizione dei ministeri, alla Spd vanno quelli più importanti ovvero esteri, lavoro e finanze, ma anche famiglia giustizia e ambiente. Alla Cdu la difesa, l’economia, l’istruzione e la salute. Tra i ministeri più importanti alla Csu andranno solo gli interni, il cui ministro sarà proprio il leader del partito Horst Seehofer mentre il ministero cruciale delle finanze andrà probabilmente all’attuale sindaco di Amburgo, Olaf Scholz. Inizialmente il ministero degli esteri era stato affidato proprio a Schulz, una posizione di vertice che avrebbe permesso all’ex presidente dell’europarlamento di guidare il processo di riforma europeo assieme al presidente francese Macron, ma questa mattina il leader della Spd ha fatto sapere che rinuncerà all’incarico. L’eventuale nomina di Schulz agli esteri ha fatto sorgere numerose critiche in Germania, siccome durante la campagna elettorale l’ex presidente dell’europarlamento aveva giurato che non sarebbe mai entrato in un governo guidato dalla Merkel. Numerosi anche nell’Spd hanno espresso la loro ostilità alla nomina di Schulz agli esteri e così il leader del partito, per non crearsi ulteriori nemici interni, ha rinunciato. “Per questo -ha dichiarato pubblicamente Schulz- rinuncio ad entrare nel governo e auspico di tutto cuore, allo stesso tempo, che con questo si ponga fine al dibattito interno alla Spd”.

Tuttavia non è ancora detta l’ultima parola. I tre partiti si riuniranno in congresso a fine mese per confermare l’accordo di governo. Mentre i congressi di Cdu e Csu non dovrebbero riservare sorprese, quello dell’Spd desta maggiori preoccupazioni. Questa volta non saranno chiamati a votare i delegati ma la “base” del partito, ovvero gli iscritti, 463.723 in tutto, e tale votazione sarà vincolante per la tenuta dell’accordo. L’ala dissidente dell’Spd, guidata dal giovane Kevin Kuehnert, ha giurato guerra. Il principale avversario interno di Schulz vuole persuadere la base del partito a votare di no, anzi ha voluto convincere anche chi non è iscritto alla Spd ad entrare per votare contro la Grosse Koalition con lo slogan “Tritt ein sag nein” ovvero “entra e dì di no”.